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Il dilemma del consulente di fundraising: fra “mediazione” e “imposizione”…

Data:5 settembre 2006


Molte volte capita di svolgere funzioni di consulente fundraiser con realtà importanti e pesanti, che hanno direttori che vogliano sempre e comunque fare a modo loro. Il compito del consulente di fundraiser allora vive un dilemma etico: fare sempre e comunque quello che è meglio “secondo il consulente” per l’azienda nonprofit (a rischio di perdere la commessa perchè non d’accordo con il committente), oppure accettare quanto il committente suggerisce, in modo da garantirsi il cliente a a vita? Ovviamente fra questi due bianchi e neri, esistono tanti grigi, ma per aprire un dibattito, ho fatto questa domanda a Paolo Celli (collega e socio di Centrale Etica, nonchè docente al Master Universitario di Fund Raising dell’insegnamento “Pratica Professionale per il Fund Raising”). Lui mi ha risposto per iscritto. Eccola.

Nel tuo messaggio hai individuato un tema “scottante” relativamente alla professione di consulente, vale a dire il dilemma fra accelerare e frenare, dire e non dire, approvare e disapprovare, puntualizzare e non puntualizzare…..
In realtà Tu hai il dubbio (legittimo) che mediare fra le vostre posizioni e quelle del direttore possa “sporcare” un po’ la nostra filosofia.

Ti posso assicurare che non è così. In realtà il nostro lavoro è un lavoro di mediazione, perchè mentre la teoria o la filosofia possono essere immutabili e intoccabili, noi ci occupiamo della pratica, dell’operatività, e questa è per definizione flessibile, orientata al risultato, incline al compromesso che eviti il blocco e aiuti ad andare avanti.

Nel nostro lavoro ci occupiamo di sostenibilità delle organizzazioni, il che vuole dire trovare soldi (sostenibilità economica) ma anche suggerire approcci che possano soddisfare sia il direttore che il personale, in modo che nessuno si senta escluso e tutti diano con entusiasmo il loro contributo (sostenibilità organizzativa).

Il valore nel nostro lavoro è il risultato (“cosa”) e il “come” ottenerlo. I “perché” sono ovviamente fondamentali, ma noi non siamo nella posizione di metterli in discussione.

Questo discorso che ti sto facendo non sminuisce l’importanza dei valori di fondo; parte invece dalla constatazione che normalmente sono condivisi ma a volte si presentano con sfumature diverse.
Noi come consulenti, vista la delicatezza della materia, ci preoccupiamo sempre di verificare la compatibilità (non la coincidenza) del nostro sistema di valori rispetto a quello della organizzazione per cui lavoriamo.
Se questa compatibilità non ci fosse non accetteremmo neppure l’incarico.

Fatto questo passaggio il resto sono sfumature spesso importanti, ma non è nostro compito entrare nel merito altrimenti invece che raccogliere fondi faremmo, appunto, della filosofia.
Ai fini del nostro lavoro (che è operativo) ci basta smussare gli eventuali spigoli ed aiutare l’organizzazione a trovare sentieri praticabili.

Non so se ti ho risposto.

Ciao, a presto.

Paolo.

P.S.
Non vorrei che fosse il termine “mediazione” ad assumere qui una connotazione un po’ negativa. In realtà quello che facciamo è raccogliere tutte le istanze, idee, suggerimenti, e comporli in un quadro coerente con i principi del fund raising e con l’incarico che abbiamo ricevuto dall’organizzazione.
In questo senso non solo non “perdiamo” nulla, ma anzi guadagniamo in efficacia.

3 commenti al post.

  1. Francesco il giorno 5 settembre 2006 ha scritto:

    E’ bello che a dei dilemmi si cerchi di dare delle risposte, non in tutte le professioni ci si pone delle domande. Spesso in altri campi si tira dritto senza guardarsi intorno, mentre forse nel fund raising non è così. Chissà?

  2. luca il giorno 7 settembre 2006 ha scritto:

    In effetti credo che il professor Melandri abbia toccato la questione fondamentale per chi fa consulenze che si potrebbe articolare maggiormente con un ulteriore quesito: è moralmente accettabile lavorare per una raccolta fondi che si considera, già in partenza, non realizzabile?
    Dal mio punto di vista non credo che sia un problema di compatibilità di valori etici di fondo, ma molto più pragmaticamente della sostenibilità, o se volete fattibilità, delle iniziative.
    Mi spiego con un esempio, se una piccola organizzazione vuole realizzare una casa di riposo per anziani dotata anche di strutture mediche e stima che servano 3 milioni di euro, considerato che il consulente non crede minimamente che quella cifra possa essere raccolta dai proponenti l’incarico, è giusto accettare l’incarico perché comunque il committente ci vuole provare?

    PS Non penso però che la cocciutaggine dei direttori generali sia direttamente proporzionale alla grandezza dell’organizzazione, anzi…

  3. Raffaele Picilli il giorno 8 settembre 2006 ha scritto:

    qualche volta mi sono capitate situazioni difficili ma ho sempre cercato di mediare, senza rinunciare mai ad etica e professionalità, alla mia voglia di fare questo lavoro perchè ci credo, perchè mi piace e perchè mi diverto.
    “Altrimenti desisti” diceva il grande Totò!

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