Valerio Melandri-Il primo blog italiano sul fundraising

Capacità di network = regalare competenze

Data:3 giugno 2008

Lo so, lo so, non dovrei, ma un po’ di vitamine fanno bene. Ricevo, con un po’ di sorpresa, perchè davvero non mi ero reso conto di aver fatto niente di più di quanto umanamente è normale fare, quando si ha un rapporto con uno studente e poi collega. Ed è ovviamente un onore per me, ricevere queste poche righe:

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Caro professor Melandri,
come sta?
le scrivo queste righe per ringraziarla non tanto di tutto quello che hafatto per me in questi anni (davvero tanto), ma di quello che è stato per me in questi anni: un docente formidabile, un esempio funzionante, un consigliere indispensabile e un attivatore di prossimita. è una delle poche persone che considero davvero in gamba… come le ho detto a castrocaro ho deciso di provare la nuova rganizzazione nonprofit per tre mesi e poi….vedremo!
nel frattempo continuo, sempre per tre mesi, a seguire la vecchia organizzazioe nonprofit come consulente. se prima o poi si stufa del “mare” della romagna e capita dalle mie parti me lo faccia sapere.
a presto.
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Che dire? Un solo commento. Nel bellissimo libro “Forces for good” gli autori dopo aver analizzato 12 fra le organizzazioni di maggior successo nonprofit affermano che esistono 6 caratteristiche che le accomunano.
La quinta caratteristica evidenziata é:
le organizzazioni nonprofit di successo, sono quelle che cedono continuamente know-how e competenze ai propri competitor – altre organizzazioni nonprofit che lavorano sullo stesso settore – sono organizzazioni che nel fare netowrk e reti, non lesinano affatto nel dare consigli, nel regalare quello che sanno, ANCHE E SOPRATTUTTO ai diretti concorrenti“.

Per me non è una sorpresa. negli anni 80 l’unica possibilità per crescere era avere un vantaggio competitivo, (Porter), ora è del tutto evidente che l’unico modo per crescere è NON avere vantaggi competitivi, ovvero aiutare gli altri a crescere, condividere, con intelligenza (“non dare le perle ai porci”), quanto si sa. Se non cresce chi ti sta vicino, non crescerai nemmeno tu.

Ecco perchè si parla di economia del regalo. Difficile da credere, ma applicare, questa regola, nel lungo periodo è l’unica possibilità di far crescere cultura del nonprofit e del fundraising in Italia…

8 commenti al post.

  1. [...] Valerio Melandri ha pubblicato un post interessante sul reale vantaggio competitivo che si avrebbe nel nonprofit e nel fundraising se si condividessero [...]

  2. francesco il giorno 4 giugno 2008 ha scritto:

    quello che dice Melandri è interessante, però in Italia credo che siamo veramente molto indietro su questo punto, nelle organizzazioni nonprofit la condivisione, escluse alcune rare eccezioni, è bel lontanta dall’essere messa in pratica. Confronti sul direct mailing, sull’e-mailing sono difficile da fare o forse impossibili credo. forse nessuno vede ancora i vantaggi della condivisione e dunque ognuno è geloso del proprio “tesoro”

  3. Andrea il giorno 5 giugno 2008 ha scritto:

    Un gioco che mi è capitato di incontrare facendo formazione a gruppi classe si chiama “Il dilemma del prigioniero”: due – o più – team gareggiano fra di essi giocando carte che generano punteggi diversi in una sequenza di dieci scambi. L’obiettivo del gioco è “salvarsi” e per raggiungerlo bisogna totalizzare un punteggio complessivo maggiore di zero. Le giocate sono interdipendenti. Questo porta le due squadre a scegliere una strategia di gioco “collaborativa” oppure “aggressiva”. L’esperienza dimostra che nel secondo caso – quasi sempre adottato dagli adulti – entrambi i team non raggiungono l’obiettivo.
    Mi sembra una buona fotografia del mondo nonprofit. Non tutto, fortunatamente, ma probabilmente di una buona parte.
    Forse dipende da quale livello di orizzonte ci si pone: se l’obiettivo è quello di far crescere la cultura del nonprofit allora è necessario condividere; se l’orizzonte è quello della propria organizzazione allora si tenderà a difendere la propria identità e il proprio knowhow con grande energia.
    Ciò che mi sembra ulteriormente strano è che ormai sempre di più le istituzioni che governano le politiche di sviluppo (es.: sociale) spingono verso la creazione di network, partenariati, ecc…, i bandi di finanziamento di alcune fondazioni (es.: in Lombardia) pongono come vincolante la presentazione di progetti in rete. Quindi mi sembra una via che, piaccia o no – ma a me piace e convince – , non può più essere evitata.

  4. francesco il giorno 6 giugno 2008 ha scritto:

    Ciao Andrea, mi piace quanto tu dici anche se è tutto in divenire in quanto sono anche tante le onp che magari nella stessa città, magari di non grandi dimensioni fanno esattamente la stessa identica cosa ma differiscono solamente per ideologia o appartenenza politica. Cose che oramai sono senza senso ora che è necessario razionalizzare le risorse, creare reti e non steccati di appartenenza politica

  5. luciano il giorno 7 giugno 2008 ha scritto:

    Discussione interessante mi piacerebbe che molti partecipassero a questo dibattito. Non so se sbaglio, ma potrebbe essere riassunta con un motto: “non si tratta di fare i fund raiser, ma di vivere come un fundraiser”. Questo un giorno disse Valerio Melandri quando presentò un suo libro a Padova (fundraiser: professionista o missionario?). Il fund raising è uno stile di vita, un modo per approciare questa strana esperienza che tutti viviamo per la prima volta (e anche l’unica, almeno in questa dimensione).
    Rammento in merito anche una lezione del prof. Zamagni, in quel di Forlì, quando ci spiegò come gran parte della conoscenza e del sapere è donato, badate bene, non regalato, donato in pieno principio di reciprocità. Sta a noi, quando riceviamo questo dono, reciprocare, verso chi ce l’ha donato o verso altri, ma guai a tenerlo fermo, così facendo tradiremo le aspettative di chi ce lo ha donato. D’altra parte questo è stato anche uno dei fattori di seccesso dei distretti industriali degli anni ’80, i così detti spin off, lo scambio di esprienze, di conoscenze, di sapere, il crescere insieme per crescere tutti. Lo sviluppo di qualsiasi cosa può ariivare solo dalle aperture, dal confronto, dalle chiusure non viene generalmente nulla di nuovo. E allora perchè lo si fa così poco? Secondo me perchè è FATICOSO ed è un lavoro senza fine. E’ una attività che necessita di forti motivazioni endogene, di grande tenacia nel medio e lungo periodo, di senso di sicurezza e di un po’ di incoscienza. Rischiare: in ogni singola relazione nuova che mettiamo in moto, sia di lavoro o sia personale, rischiare sempre, mettersi in gioco continuamente e continuamente crescere. Non è sicuramente una posizione comoda, per è l’unica via per costruire qualcosa che abbia un senso nel tempo e oltre il nostro tempo.

  6. Nicole il giorno 8 giugno 2008 ha scritto:

    Che emozione ritornare a scrivere su questo blog dopo tanto tempo! sono Nicole, l’ex studentessa che scriveva le FAQ sul Fund Raising ormai 2 anni fa (argh!!)!

    2 le mie considerazioni: professionalità e condivisione:

    - Personalmente sono a favore del lavoro in rete, ma a patto che anche le organizzazioni partner lo siano e, soprattutto, siano preparate a farlo: nel caso contrario, quelli che vengono chiamati “costi di coordinamento” sarebbero troppo alti e lo sforzo per raggiungere l’obiettivo decisamente più alto rispetto ad un lavoro individuale…Spesso, poi, accade che alcune onp (mi riferisco a quelle non particolarmente strutturate, quelle piccole del proprio paesino per intenderci…quelle che interessano di più a me, perchè potrebbero diventare una vera forza, se solo un pò più “professionali” e meno improvvisate) si approfittino delle competenze delle partner e non apportino il proprio contributo facendo perdere, ahimè, ulteriori risorse…

    - Un altro punto molto critico credo sia rappresentato dalla sindrome “prima donna” che colpisce un pò tutte le organizzazioni nonprofit: si ha la paura di passare in secondo piano se si attivano collaborazioni con altre onp simili, di pedere il privilegio del primeggiare, paura della possibile concorrenza (mmmmhhh ma non stiamo parlando della Società Civile? il cui scopo primario è migliorare, chi in un modo o chi nell’altro, la vita e il benessere della comunità di riferimento? e allora perchè temere la concorrenza, se anzi questa aiuta a raggiungere lo scopo?!?!) e come dice il mitico Francesco “ognuno è geloso del proprio tesoro”…
    Forse dovremmo rispolverare un pò tutti quello che il buon saggio Antonio Genovesi, guru dei miei studi universitari, diceva già nel diciottesimo secolo…”…è legge dell’universo che non si può fare la propria felicità se non si fa quella degli altri”

    Un saluto a tutti!

  7. Andrea il giorno 8 giugno 2008 ha scritto:

    Ciao Francesco, sono assolutamente d’accordo con te circa la sovrapposizione spesso inutile e dispendiosa di tante ONP su progetti di diversa portata. Auspico anch’io che si arrivi ad una maggiore condivisione delle iniziative che portano a risolvere i problemi, soprattutto se questi insistono su un’unica comunità che sta sullo stesso territorio. Sarebbe interessante forse trovare modalità operative per diffondere una “cultura dell’economia del regalo”. Mi sembra – non vi ho partecipato ma il ritorno mi suona tale – che lo stesso Festival del Fundraising sia una strada per arrivarci. Anche se, come credo insegni il dilemma del prigioniero, non è solo un problema di iniziative ma di approccio culturale.

  8. [...] campagna è nata da una collaborazione fra 11 organizzazioni nonprofit americane (lo dico siccome se ne sta parlando su Valeriomelandri.it di collaborazione fra organizzazioni [...]

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