Valerio Melandri-Il primo blog italiano sul fundraising

Alla faccia di insegnare la gioia di donare

Data:25 maggio 2009

Laura, una lettrice di questo blog, mi ha segnalato un articolo del quotidiano La Stampa che ironizza sulla professione del fundraiser. Invito tutti a leggerlo (cliccando qui) e commentarlo, magari scrivendo all’autore cos’è la professione del fundraiser.

amici-miei

L’articolo di Gramellini, per certi aspetti simpatico, in realtà era piu’ sull’uso dell’inglese che sulla professione di fundraiser, quindi non bisogna esagerare, ma in ogni caso il problema rimane.

Provate a pensare se una cosa come quella che ha detto Gramellini, fosse stato detta su chi “vende bomboniere”, ci sarebbe stato immediatamente la reazione piccata di un carneade qualunque tipo, presidente dell’ “Associazione dei Bombonieristi Italiani”  (ABI??) che avrebbe dato subito luogo ad una smentita da parte di Gramellini. Visto niente di simile in questo caso?

Un articolo come questo è  dovuto alla totale mancanza di visibilità mediatica del “fundraiser”. L’assenza quasi totale nei circuiti di pensiero e di azione della stampa di coloro che procurano e generano “filantropia” (per dirla in modo laico), o “carità” che dir si voglia, è una grave mancanza di tutto il movimento dei fundraiser e degli operatori dei fundraising professionisti. In questo senso il Festival del Fundraising, è senz’altro una gigantesca novità nel panorama dell araccolta fondi italiana, e sta iniziando a togliere dalla testa delle persone che fare i fundraiser, non può essere compito di un “eroe solitario”, e soprattutto che va reso “visibile” l’”invisibile”, va reso “visibile” il grande lavoro “invisibile” che tantissimi operatori del fundraising stanno facendo e hanno fatto in questi anni. Ma ci rendiamo conto che i fundraiser italiani sono coloro che hanno fatto, per certi aspetti, la storia del nonprofit italiano? I vari Lentati, Bartoli, Contucci, Zagni, ma anche i Girotti, Giganti, Ferrrara, Fusi, per dire solo quelli che ricordo in questo momento, ma soprattutto le centinaia di operatori sileziosi, che nessuno conosce ma che lavorano e lavorano e lavorano!

Nella Chiesa Cattolica ogni giorno si festeggia un santo (il mio onomastico è il 28 gennaio, san Valerio), ma poi il 1 novembre si festeggiano tutti i santi che non hanno fama ma che lo sono “sul campo”. La festa di Tutti i Santi (diventata in inglese Halloween, cioè “all heaven”, cioè tutti in cielo), andrebbe fatta anche in Italia per i fundraiser sconosciuti: “la Festa di Tutti i Fundraiser”. Visto che Tutti i Santi è 1 novembre, Tutti i Fundraiser, facciamo il 2 novembre?

P.s. Il 2 novembre è il mio compleanno…..non sarebbe un bel regalo dalla comunità dei fundraiser….   ;-) ))))

11 commenti al post.

  1. elisabetta montesi il giorno 25 maggio 2009 ha scritto:

    ……….Così però diventa la festa dei defunti! sono d’accordo sul festeggiare tutti i fundraiser, che …altrochè santi di questi tempi (la stampa ce ne dà una dimostrazione) ma cambiamo data per favore, non facciomogli il funerale!
    Propongo il giorno del ringraziamento, che non è tipico della nostra tradizione, ma c’entra molto con la gioia di donare, visto che nella tradizione americana si festeggia in segno di gratitudine per la fine della stagione del raccolto!!!

  2. Virginia il giorno 25 maggio 2009 ha scritto:

    Ho lasciato il mio commento a Gramellini sul suo articolo, forse verra’ pubblicato, forse no. Quello che preoccupa e’ che effettivamente il nostro mestiere venga percepito dai piu’ come un “non-mestiere”.
    Se puo’ consolare, anche oltremare i problemi dei fundraiser non sono tanto diversi, ma pian piano, piu’ le attivita’ di fundraising sono nelle piazze, piu’ le persone si abituano all’idea che ci possa essere gente pagata per fare qualcosa di nobile.

  3. Alberto il giorno 25 maggio 2009 ha scritto:

    gentile professore
    Quando ho letto l’articolo, anche io sono rimasto un po’… diciamolo pure, offeso.
    Ma tutto sommato non stupito. In Italiano putroppo fundraising si dice “raccolta fondi”; una traduzione impropria, come quando per tradurre jihad diciamo “guerra santa”
    Quando si raccoglie, si guarda in basso; e se si racccoglie, si cerca prendere alla rinfusa tutto quello che si può, più che si può.
    che è la concezione che purtroppo si ha in italia della raccolta fondi; ricordo sempre divertito (ma non troppo) quando un amico a cui raccontavo del fatto che studiassi fundraising mi disse “cioè, in pratica ti insegnano a scollettare” (cioè fare elemosina”.
    Finchè non riusciremo a far capire che il fundraising è un processo positivo, che mira a portare in alto (raise) non solo le donazioni, ma anche i sostenitori e l’operato dell’organizzazione non profit, di articoli così nel leggeremo parecchi.

    un saluto

    Alberto

    p.s. gramellini, nello stesso articolo ha commesso un altro errore. Quello di cui parla è il peace enforcement, cioè portare con la forza la pace. Cosa ben diversa, nella teoria e nella prassi, dal peace keeping, cioè il mantenimento di una pace precaria

  4. Raffaele PICILLI il giorno 25 maggio 2009 ha scritto:

    Tradurre fundraising o fundraiser in italiano non è semplice e non è così sbrigativo come tanti erroneamente credono…mesi fa, ho scritto un post sul blog http://www.beafundraiser.it che parla proprio di questo:

    http://www.beafundraiser.it/2009/03/09/e-tu-che-lavoro-fai/

    Il giornalista poteva farsi un giro su Wikipedia per allargare i suoi orizzonti..
    Per la giornata del fundraiser io proporrei l’8 maggio…
    Saluti a tutti.

  5. Valerio Melandri il giorno 25 maggio 2009 ha scritto:

    il 2 novembre è il mio compleanno…..

  6. nicla il giorno 26 maggio 2009 ha scritto:

    Certo che in Italia siamo una massa di “ignoranti”! Che articolo brutto è stato scritto da questo tipo! Senza senso e soprattutto senza sapere.
    … Ne abbiamo di strada da fare nel nostro settore…. Soprattutto abbiamo gente da “educare”. Ma non dobbiamo demordere anche perchè non siamo così come ci descrivono… (ho letto i commenti all’articolo… Oh mamma….).

    A tal proposito le vorrei raccontare in breve un episodio che ho vissuto recentemente.
    Sabato scorso ho fatto il viaggio di ritorno in Puglia con Mary di Bari, la studentessa del Master. Nel nostro scompartimento c’era un padre e un figlio,
    entrambe grossi imprenditori di Foggia. Tra un discorso e l’altro è venuta fuori la classica domanda: cosa fate nella vita? e Mary presenta sia me che lei. E il padre imprenditore, Franco il suo nome, ci dice che alla loro azienda arrivano tantissimi telefonate di richiesta di “soldi” e che loro che, prima donavano, ma dopo essere venuti a conoscenza dei tanti scandali accaduti nel passato, ecc ecc, non donano più, non ci credevano più. Hanno perso la fiducia in chi chiede e anche in chi opera in queste realtà. Ma sia io che Mary (soprattuto), non abbiamo desistito e abbiamo cercato di parlare e far comprendere che non bisogna generalizzare e che bisogna continuare a fidarsi. Abbiamo in pratica iniziato un discorso su questo tema, discorso che è durato per tutto il viaggio. Ed è stato estremamente interessante.

    In estrema sintesi, alla fine del viaggio, questi signori avevano cambiato idea sul “donare” perchè hanno compreso che ci sono persone di cui ci si può fidare e che non lavoriamo per i soldi ma perchè crediamo in quello che facciamo. Alla fine si sono adirittura complimentati! Peraltro sono venute fuori idee interessanti e nuove anche di fare corporate fundraising perchè la nostra visione di corporate è stata ampliata dal punto di vista dell’imprenditore.
    A volte basta confrontarsi, basta informarsi e sapere rima di dire contro qualcosa o qualcuno, e basterebbe camminare per un pò di strada nei “mocassini dell’altro” per capire come muoversi e per “modificare”, in senso positivo, determinati comportamenti.

    Delle idee che ne sono scaturite per un nuovo corporate fr (dal punto di vista dell’imprenditore, da quello che gli imprenditori vorrebbero e suggeriscono di proporre alle aziende), gliene parlo in un’altra email per evitare che questa sia troppo lunga e l’annoi.

    Nicla

  7. Tania il giorno 26 maggio 2009 ha scritto:

    Egregio professore,
    sono rimasta basita da tanta ignoranza. Mi sono permessa anch’io di rispondere a Gramellini (e vedremo se pubblicheranno il commento, visto che mi sono anche permessa di sottolineare che l’articolo era assolutamente offensivo e diffamatorio, nonché intriso di ignoranza!), sottolineando che, per quanto sia tra le lingue più ricche del mondo, in italiano non esiste un termine per indicare “la nobile arte di insegnare alle persone la gioia di donare”.
    Inoltre non mi pare che, fascismo a parte, gli inglesismi siano mai stati un problema… e per fortuna si parla di essere “cittadini del mondo in una comunità globale”. Ma fatemi il piacere!
    Sopratutto non capisco cosa ci possa essere di così terribile e vergognoso nel chiedere alle persone di essere felici nel rendere felice chi purtroppo non lo può essere.
    Ritengo, per concludere, che Gramellini sia un alineo. E’ l’unica spiegazione: una persona che parla in questo modo probabilmente non vive in una città fatta di persone, non gode del piacere della cultura, non viene assistito quando sta male e soccorso nel momento del bisogno… Un pò mi fa pena, vivere tutti soli su un pianeta piccolo piccolo… Eppure anche il Piccolo Principe per amore della sua rosa aveva intrapreso un lungo viaggio in mezzo alle persone… Ma sul pianeta di Gramellini forse l’amore neanche esiste…

  8. Giusy il giorno 26 maggio 2009 ha scritto:

    Da una mail inviata ieri da me al Prof Melandri, il quale mi ha consiglia di inserire ciò che ho scritto sul blog:

    …Sono d’accordo, se ne deve parlare di più di fund raising. E’ per questo che nel mio piccolo ho cercato di far scrivere ad Antonella Lanfrit qualcosa su il Sole24ore, so che l’articolo uscirà il 3 giugno sull’inserto “carriere e impresa” (o qualcosa del genere) che ha tiratura nel nord est, so anche che ha parlato con Adele. Sarà poco, ma è meglio di niente.
    Antonella mi ha riferito di aver approfondito l’argomento tramite il sito del master e del festival che ha trovato molto ben fatti, e pensa mi ha anche ringraziato perché ha trovato tutto ciò molto interessante!! E questo conferma tutto ciò che scrivi nel post, abbiamo l’obbligo di far conoscere a nostra professione! Per ora penso che ognuno di noi possa fare la sua parte anche in questo, è anche responsabilità di ognuno di noi (anche attraverso i ns contatti) che questo mestiere possa avere una visibilità (=dignità).
    Sicuramente con i media che ci troviamo in questo periodo storico non è facile fare notizia attraverso la nostra professione che essenzialmente fa del bene, ma forse qualche ricerca in più, qualche dato in più e qualche ONP che racconti l’importanza del FR, magari attraverso qualche testimonial (potrebbe essere interessante pensare a qualcuno per il FFR del prossimo anno, ad essere sincera l’idea non mi fa sprizzare di gioia, ma se attira l’attenzione…) e anche un buon ufficio stampa da parte di ASSIF o del Festival potrebbe giovare. L’importante è tirare fuori i numeri, di quanto muove e che effetti ha il FR in Italia.
    Non so, queste sono idee in libertà…

  9. francesco quistelli il giorno 3 giugno 2009 ha scritto:

    …l’argomento è di sicuro interessante, non tanto per una difesa corporativa dei fundraiser ma per la promozione della cultura del dono in Italia. Per questo serve fare massa critica, ottenere visibilità e credibilità. Come fare? Il Festival può essere un generatore e un incubatore di un movimento associativo nuovo e dinamico, con spirito di inclusione ma anche con capacità di andare oltre i mille veti incrociati, i particolarismi…Insomma, buttiamo il cuore oltre l’ostacolo?

  10. francesco il giorno 12 giugno 2009 ha scritto:

    Concordo con Francesco Quistelli e ci sto al suo slancio propositivo, certo che dobbiamo però crederci tutti se vogliamo realmente promuovere la cultura del dono, fundraiser, professionisti del fundraising devono andare nella stessa direzione e non sempre è facile

  11. Antonino Prizzi il giorno 18 giugno 2009 ha scritto:

    Per il momento il mio cruccio maggiore è provare a spendere con criterio e secondo un progetto palese, stando nella Pubblica Amministrazione: il che non è per niente semplice. La trasparenza che curo, semplificata ed adattata al privato, potrebbe dar luogo ad una branca del FR che chiamerei “Fund’s proper use” e che vedrei bene come strategia specifica – variabile ma con uno zoccolo duro – per il “mantenimento” dei donors. Chissà?
    Saluti a tutti.

    P.S.: E vada per il 2 novembre! La chiameremo la festa di Hallofunds (da “all fundraisers”) :-) ))…
    fra l’altro quel giorno è anche il compleanno di un mio grande maestro, ma in una disciplina tutta diversa (il restauro dei monumenti, imparato qualche vita fa.. sono classe ’56!). Il mio maestro è longevo, vispo e lucido: tutto questo auguro al prof. Melandri, di cuore. Del resto la disciplina che insegna è antica – ricordate la faccenda della vendita delle indulgenze sentita durante l’ultimo corso? – e merita perciò di essere coltivata nel tempo da lui e dalle nostre modeste persone.

Lascia un commento.

Puoi utilizzare i seguenti tag XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Ricerca

  • Festival del Fundraising

  • Translator

    Italiano flagInglese flagFrancese flagTedesco flagPortoghese flagSpagnolo flag                                    
  • Cos'è il fund raising

  • Commenti recenti

  • Categorie

  • Io faccio parte di

  • Archivi


  • 2004-2009 Valerio Melandri
    sito realizzato con WordPress
    tema Simplicity realizzato da Davide Falanga e modificato da Vittorio Manduchi