Istituto Italiano Donazione richiamato per pubblicità ingannevole…di chi si può fidare il donatore?

Un amico mi ha passato questa grave sentenza in cui l’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria condanna per pubblicità ingannevole la comunicazione che vedete a lato e che si può trovare anche in alcuni depliant di onp certificate dall’ Istituto Italiano della Donazione.

E’ evidente l’errore di prospettiva di questa pubblicità, ma non è su questo che voglio fermarmi. La domanda “scopri di chi ti puoi fidare” io la vorrei rigirare e chiedere: di chi ci si può fidare quando si va ad effettuare una donazione? Come comprendere se il messaggio di richiesta fondi sia veritiero oppure no? Io ritendo che ci siano due canali sui quali bisogna agire:

  1. Esistendo in Italia un ente che certifica l’uso delle donazioni ricevute fatto dalle organizzazioni nonprofit ovvero l’Istituto Italiano della Donazione non starei a pensare di creare un altro ente che faccia la stessa cosa o cose simili: io invece inviterei lo stesso Istituto a impostare le proprie politiche di controllo invertendo l’onere della prova. Non l’Istituto che controlla, ma le ONP che autodichiarano. Non un modello top-down (io dico a voi se voi andate bene), ma bottom-up (noi diciamo che cosa facciamo e il mondo deve poter giudicare). Il modello di business impostato dall’IID è certamente ammirevole (sono tutti volontari), ma ritengo sia davvero l’opposto di quello che bisognerebbe fare. Non ci sono le energie e le possibilità per controllare 300000 organizzazioni nonprofit, non si può dare in questo modo al donatore più strumenti per capire a chi donare, il marchio va bene, ma non basta. Come se ne parla da anni in rete è necessario fare dei confronti fra bilanci delle onp e renderli disponibili sul web a tutti, fare lobby per avere un modello di bilancio unico per gli enti nonprofit (come negli Stati Uniti) che dia la possibililità di maggior confronto e confrontabilità (benchmark) tra aziende del terzo settore.  Su questo argomento non serve inventare basta copiare siti come Give.org o Charitynavigator. Se tutte le energie e le risorse spese per fare l’IID e per fare le certificazioni fosse stato speso per creare un “watch-dog” all’americana, (come i siti che ho citato) sono sicuro che ci sarebbero stati ben più risultati
  2. Una maggiore cultura della donazione: a me non piace per niente questo puntare il dito sempre e solo contro le organizzazioni nonprofit in modo generico, credo anche, come donatore quale sono, che i donatori stessi debbano aumentare la loro consapevolezza sulle aziende nonprofit a chi donano. Ognuno di noi effettua ogni giorno delle scelte, quando scelgo l’operatore telefonico, quando vado a fare la spesa, quando scelgo la scuola per i miei figli ed allora perchè non cercare di capire meglio a chi vengono date le donazioni che si fanno ogni anno? Solamente con una maggiore cultura della donazioni si potrà chiedere di più alle organizzazioni nonprofit, chiedere più trasparenza, più confrontabilità, più apertura al confronto

Su questi ed altri temi oltretutto bisogna proseguire in modo unito, facendo lobby nel senso più positivo del termine ovvero quello della lobby a cielo aperto, sul web, sulla stampa ed un po’ meno sotto le scrivanie o le poltrone…

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valerio melandri

Autore, consulente, speaker e formatore sul fundraising.
Questo significa che scrivo, consiglio e parlo di fundraising dalla mattina alla sera, aiutando le organizzazioni nonprofit a raccogliere più fondi. Vivo in Italia ma insegno, faccio consulenza, o parlo a convegni anche all’estero.

10 Comments

  1. Non posso che concordare sul cambio di rotta prospettato. W le watchdog all’americana. basterebbe anche che le onp trovassero un accordo tra di loro più che l’istituto italiano della donazione cambiasse rotta, anzi meglio cambio approccio come consigliato dal prof. melandri ma anche più accordo tra le onp.

  2. Argomento importante, o meglio argomenti importanti, mi riferisco sia a alla trasparenza e controllo, sia a alla maggiore consapevolezza dei donatori sia alla necessità di un maggiore accordo tra le onp.
    A me sinceramente la comunicazione dell’IDD non piace per due motivi:
    1) mi sa da “guerra tra poveri” nel senso che chi ha il marchio è “buono” e gli altri “…forse…” e invece così non è!
    2) perchè crea emulazione, il CSV di verona ha registrato un marchio (www.meritafiducia.it) che ha un funzionamento simile a quello IDD ma se rivolto solo alle associazioni di volontariato.
    Pur condividendo le intenzioni sia dell’IDD che del CSV di Verona, mi pare proprio che il metodo non sia adeguato. Le proposte fatte da Melandri sono sicuramente più vicine al mio modo di pensare e potrebbero essere un’alternativa valida soprattutto utile per un cambio di mentalità delle onp: parliamo sempre di fiducia, ma poi di chi ci fidiamo se abbiamo bisogno di “bollini”. E’ chiaro che un controllo va fatto, ma dato che non è obbligatorio, va prima creata la cultura nelle onp che devono comprendere come sottoporsi al controllo di un ente terzo autonomo, autorevole e qualificato non è l’ennesimo impegno burocratico da assolvere, ma oltre ad essere un dovere nei confronti dei donatori e della comunità, può anche rappresentare un “vantaggio competitivo” nella costruzione della reputazione della stessa onp.
    “Allora Mondo del Terzo Settore, decidiamo di crescere o abbiamo sempre bisogno di qualcuo che indichi in una lavagna quali sono i buoni?”

    Parliamone, magari anche al Festival del Fundraising 2011.

    PS: e poi, se c’è qualcuno che indica i buoni, ci dovrebbe anche essere qualcuno che segna nella lavagna anche i “cattivi”…. questo lo lasciamo fare solo ai giornalisti???

    Luciano

  3. Ciao Valerio,
    concordo su quanto scrivi, già nel 2007 avevo pubblicato questo post sul tema http://quistelliblog.wordpress.com/2007/11/26/trasparenza-nel-fundraising-perche-e-fondamentale-cosa-si-puo-fare/ ma da allora poco si è mosso dal punto di vista della creazione di un vero e proprio “watch dog” indipendente, capace di generare fiducia e stimolare la crescita del settore!
    A presto, Francesco
    PS: facendo oggi un giro sul sito dell’IID la pubblicità “condannata” per ora è ancora in vista http://campagna.istitutoitalianodonazione.it/?utm_source=altri&utm_medium=banner&utm_campaign=40×477

  4. Sono perfettamente d’accordo sul discorso dell’aumento della consapevolezza del donatore che deve sempre più farsi protagonista attivo delle scelte che opera, che non ha bisogno di una certificazione o di un marchio per essere portato a “fare” ma solo ed esclusivamente delle sue convinzioni, dei suoi valori, delle sue emozioni dichiarate o nascoste che siano . E credo anche che di questo si debba tenere conto per chi fa fundraising: che al donatore occorra trasmettere sempre di più uno stile, e una cultura della donazione che non può e non deve essere solo a carico delle organizzazioni noprofit. Non mi sento meglio quando dono e basta ma quando condivido il mio dono e la mia piccola parte diventa un tuttuno con il resto. Almeno, ancora una volta, credo.!

  5. Pingback: Fundraising Now!
  6. Caro Valerio,
    concordo con tutto quello che scrivi e aspetto di capire se in realtà proprio uno di questi soggetti non si muoverà per creare qualcosa sul modello del Charity Navigator (magari sarà proprio la borsa delle donazioni?).
    Vorrei tornare però sul punto oggetto del tuo post: la condanna dell’IID.
    Nel link non sono indicate le motivazioni, ma solo la decisione del giurì, quindi ci tocca lambiccare sul perché questo sia accaduto. Ma il tema non è di poco conto e potrebbe condizionare anche la possibilità dell’istituto di rispondere ai punti che sollevi. Se, visto che si parla di pubblicità ingannevole, la questione è posta sull’assenza di terzietà, ossia sul fatto che il bollino viene rilasciato non a quelle di cui ci si può fidare, ma a quelle che decidono di associarsi (seppur rispettando alcuni parametri… anche se devono essere molto laschi a giudicare dalla prassi) e quindi diventano controllori/controllati… beh è la natura stessa dell’IID forse a essere messa in discussione e non vedo come questo tipo di organizzazione possa certificare anche ex-post se non cambiando la sua stessa natura.
    Noto anche che, parlando con i molti che citano l’IID (dalle aziende ai commentatori) quasi nessuno sa che il processo di verifica e controllo è un processo di natura associativa… e anche questo mi sembra il frutto di una comunicazione non sempre trasparente. vabbe’… anche di questo credo che riparleremo a breve. Ma il mio augurio è che l’IID inizi ad aprirsi anche ai consigli che da più parte arrivano perché assuma un ruolo davvero utile ed esteso a favore del terzo settore. Di un’altra IID, davvero inserita nel terzo settore e nei suoi bisogni abbiamo bisogno e accoglieremo tutti con felicità questo cambiamento.

  7. Caro Valerio e cari tutti, della condanna dell’IID me ne ha parlato ieri un amico.
    Aspettiamo le motivazioni, ma devo dire che anche a me la campagna – che continua a campeggiare sull’HP dell’ente – non piace. Per le ragioni che hai addotto tu, e anche perché soffre dell’italica malattia di “parlarsi addosso”, di essere autoreferenziale.

    Capiamoci; è chiaro che IID si deve fare pubblicità, ma dire – o sottintendere – che solo di quelle che passano sotto il suo esame ci si può fidare, equivale a dire che non ci si può fidare delle altre … il che è falso, oltre che paradossale.

    Hanno toppato, quelli dell’IID, e alla grande!

    Paolo F sfonda una porta aperta – con me – sulla questione del sistema di associazione all’IID come mezzo palesemente inopportuno per IID che si ritrova in pancia chi ha giudicato.
    Ma in Italia non sappiamo proprio cosa sia la terzietà?

    Carlo Mazzini

  8. Caro Valerio,

    sulla sentenza dello IAP, ho già espresso la mia opinione sul sito di Carlo … non mi dilungo oltre. Sapete da tempo la mia posizione (ovvero in sintesi quella di rendere sempre più trasparenti e comunicabili i meccanismi di donazione … senza alcuna pregiudiziale). Il Processo (di cui voglio ancora ringraziare Valerio dell’opportunità che mi ha dato nel coordinarlo dopo che glielo avevo proposto assieme a Paolo) è stato un primo risultato interessante di comunicazione del nostro lavoro (di cui ancora molti ignorano l’esistenza e il significato).
    A mio parere occorre superare barriere e selciati che non ci fanno bene (alimentano stupide lotte intestine, fanno perdere del gran Tempo e annullano tutti gli sforzi che si stanno facendo per affermare la nostra professionalità!) … viceversa bisogna sedersi attorno ad un tavolo di lavoro valutando le questioni che ci riguardano e cercando il più possibile di risolverle – possibilmente con il consenso di tutti – attraverso un agenda di lavoro chiara. Questo è il percorso che io vedo … altre soluzioni non ne ho.
    Un saluto affettuoso e buone (meritate!) vacanze
    Michelangelo

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