Coinvolgere il corpo docente di un Ateneo in una campagna di raccolta fondi?

Un mio ex studente mi manda questa idea di FR per l’università dove lavora. Cosa ne pensate? e’ fattibile? mi interessa molto il vostro parere. Questa è l’idea, vorrei sapere chi è a favore e perché. Grazie dell’aiuto!

===============IDEA================

Coinvolgere il corpo docente di un Ateneo in una campagna di raccolta fondi a favore della ricerca per la creazione di 10 borse di studio attraverso una campagna di direct mail personalizzata da parte del MR che invita i docenti, nel periodo natalizio, a sottoscrivere un RID di 120 € all’anno (media riferita alla piramide contributiva da attuare sulle diverse fasce di ruolo: I° fascia, II° fascia, etc.): 0.33 centesimi al giorno per promuovere la ricerca.

Il contesto organizzativo di un Ateneo non risulta, nei suoi obiettivi e nel suo livello di identificazione e partecipazione, omogeneo. Recuperare la distanza fra interessi – pensati o vissuti come discontinui – potrebbe aiutare a ricompattare un clima di fiducia reso difficile da continue o (vissute come tali) contrapposizioni. Si tratta di un primo passo, propedeutico al successivo coinvolgimento del personale tecnico amministrativo e del territorio, nella campagna di FR, che punta a fare chiarezza sulla disponibilità da parte dei docenti ad identificarsi nella mission universitaria di cui la ricerca (e la scarsità di fondi, attrezzature, spazi, etc.) è un presupposto.

Il direct mail pensato per l’acquisizione di donors ha subito, nel tempo, una flessione notevole in termini di ROI: le stime parlano di un ritorno che va dall’1% al 3%. Altra caratteristica è l’estrema “volatilità” del donatore anche con margini temporali maggiori (II° donazione nell’intervallo 12/24 mesi): di tutto questo, sia sul blog di VM sia su quello di FQ si è già trattato. Se questo vale per il terzo settore, che risultati potrebbe conseguire all’interno di un Ateneo? Non esistono esperienza paragonabili a livello universitario. Vi sono però azioni molto simili (auto tassazione, contributo di solidarietà) da parte di alcuni Comuni (Arluno, per esempio, dove il Consiglio Comunale si è autotassato per assumere un insegnante) o di scuole superiori (Salerno: autotassazione dei docenti di ruolo dell’ITIS per assumere un precario).

Il RID proposto ai docenti, al personale in organico quindi assomiglia molto ad una iniziativa di payroll giving volta non solo a raggiungere l’obiettivo posto ma ad aumentare l’accountability: l’autotassazione (detraibile dalle tasse all’origine) e la dedica del corrispettivo economico di un’ora di lavoro in favore di una buona causa inteso come la necessaria presa d’atto e conseguente impegno effettivo dei costituenti all’interno di una associazione non profit. Difficile fare previsioni in termini economici di risultato: su un numero complessivo di docenti (stimando circa 3.000 unità per un grande Ateneo) e volendo essere molto ottimisti, è pensabile un ROI del 2% in base alle caratteristiche della relazione in essere.

Esiste il rischio che questa campagna venga vissuta come vessatoria (il MR è primus inter pares ma resta pur sempre un primus) creando quindi “viscosità” nelle relazioni politiche interne o che, con un risultato negativo, si produca un autogoal in termini di comunicazione sia interna che esterna.

Tuttavia, questo “contributo di solidarietà” è, come detto, un primo passo verso il rafforzamento dell’ immagine di un Ateneo sul territorio, dimostrando che prima di creare relazioni di solidarietà siamo noi i primi a credere nella nostra causa, nell’urgenza e nell’importanza della ricerca e quindi disposti a fare qualcosa esattamente come succederebbe nel terzo settore.

Senza voler marcare troppo similitudini inesistenti, se il sistema della politica riducesse i suoi interessi economici a favore di una buona causa, non saremmo tutti almeno un po’ più disponibili a credere (indipendentemente dalle posizioni politiche specifiche) alla necessità di contribuire? Alla buona fede di chi ci chiede la nostra partecipazione attiva?

====================== Fine IDEA ==================

Adesso a voi il commento. Cosa ne pensate? lo fareste? siete d’accordo? che rischi ci sono e perché farla o non farla? Grazie per il vostro commento

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valerio melandri

Autore, consulente, speaker e formatore sul fundraising.
Questo significa che scrivo, consiglio e parlo di fundraising dalla mattina alla sera, aiutando le organizzazioni nonprofit a raccogliere più fondi. Vivo in Italia ma insegno, faccio consulenza, o parlo a convegni anche all’estero.

6 Comments

  1. Io penso che sia una buona idea operativa se inserita all’interno di una strategia di cambiamento. Bisogna considerare infatti che il denaro, se messo in prima linea, genera facilmente dei comportamenti opportunistici.
    Quindi se l’obiettivo è quello di lavorare sul clima di fiducia e sulla coesione (che è diverso dall’essere omogenei) partire con una richiesta di denaro potrebbe creare danni piuttosto che benefici.
    Forse si potrebbe cominciare chiedendo ai professori di scrivere progetti per l’Università. In questo modo donano qualcosa che difficilmente si può comprare: il loro tempo e la loro professionalità al di fuori della semplice lezione. Il coinvolgimento pratico/ personale incentiva il coinvolgimento emotivo. La richiesta di denaro subentra successivamente.

  2. Non conosco l’ambiente universitario, se non per la mitologia e i sentito dire che tutti conoscono… in ogni caso la proposta operativa mi pare credibile, se:
    – il RM é il primo a dare l’esempio. Lui aderisce per gesto di responsabilità e avendo a cuore un cambiamento di cui si fa promotore.
    – la forma, come annunciato dallo stesso RM nella lettera, sarà il payroll, anche e soprattutto perché in tempi di ristrettezze rinunciare a un po’ della propria busta paga potrebbe essere percepito come un gesto di responsabilità maggiore dell’attivazione di un RID (e fa pure più notizia).
    – la campagna di fr sui docenti viene comunicata con continuità all’esterno. Cioè ne parlano i giornali locali. <>. E avere dei testimonial tra i docenti sarebbe ottima cosa, perché in un ambiente (almeno nell’immaginario) pieno di stima e disistima reciproche, metterci la faccia di uno solo basta forse a motivare esclusivamente i suoi “amici”.

    Procedendo così credo che la campagna potrebbe trovare altre categorie di accoliti tra le mura universitarie, e pure far suonare una campanella al di fuori (ma questa é un’altra campagna).

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  3. ERANO SALTATE DELLE FRASI TRA VIRGOLETTE…

    Non conosco l’ambiente universitario, se non per la mitologia e i sentito dire che tutti conoscono… in ogni caso la proposta operativa mi pare credibile, se:
    – il RM é il primo a dare l’esempio. Lui aderisce per gesto di responsabilità e avendo a cuore un cambiamento di cui si fa promotore.
    – la forma, come annunciato dallo stesso RM nella lettera, sarà il payroll, anche e soprattutto perché in tempi di ristrettezze rinunciare a un po’ della propria busta paga potrebbe essere percepito come un gesto di responsabilità maggiore dell’attivazione di un RID (e fa pure più notizia).
    – la campagna di fr sui docenti viene comunicata con continuità all’esterno. Cioè ne parlano i giornali locali: “La proposta lanciata dal RM a tre mesi di distanza ha già trovato XY(Z) sostenitori tra il corpo docente di UniBo…”. E avere dei testimonial tra i docenti sarebbe ottima cosa, perché in un ambiente (almeno nell’immaginario) pieno di stima e disistima reciproche, metterci la faccia di uno solo basta forse a motivare esclusivamente i suoi “amici”.

    Procedendo così credo che la campagna potrebbe trovare altre categorie di accoliti tra le mura universitarie, e pure far suonare una campanella al di fuori (ma questa é un’altra campagna).

    “Cavolo, l’università più antica del mondo occidentale, in cui lavoro/in cui mi sono laureato/che é proprio nella città in cui abito, prima fra tutte ha a cuore il sostegno alla ricerca… per 0.33 centesimi al giorno ci sono anche io!”

  4. Meglio spendersi per l’università che spendere per l’università!!!

  5. In linea di massima l’idea di coinvolgere lo staff universitario nel dare al proprio ateneo é valida e largamente affermata nel mondo del fundraising americano e anglosassone. Il rettore dell’universitá per cui lavoro é egli stesso un donatore come lo siamo tutti noi fundraisers. (come chiedere di dare se non dai prima tu?) Tuttavia non va dimenticato che le attivitá di fundraising in America e Inghilterra poggiano sulle solide basi delle attivitá degli uffici che curano le relazioni con gli “alumni” (docenti inclusi). Forse bisognerebbe partire da li e rimandare la campagna di raccolta fondi di qualche tempo.

  6. SOno totalmente a favroe. Anzi direi che più che una idea dovrebbe essere una norma. Io almeno, studiando la storia del fudnr aising delle università (e non solo statunitensi) ho sempre torvato due tratti comuni a tutte le storie di successo: il Rettore, i decani e i ricercatori(docenti sono glia ttori primari del fund riasing; e poi che il fund raising verso l’esterno parte da una adesione all’interno.
    E’ chiaro che seerve una precondizione. Ossia che luniversitò venga ritenuta (e viva come tale) una comunità di teste e risorse per il bene comune. Il problema in Italia è capire se sia veramente così. Nonc redo che sia giusto accostare il fund raising nè al payroll giving nè al contributo di solidarietà. Io credo che sia l’investimento che si fa su nuovi progetti di sviluppo. E’ chiaro che in Italia se pensiamo al fund riaing per le università pensiamo al fatto che dobbiamo “tappare” i buchi in cassa e non allo sviluppo. Mentre invece il fund riaisng funziona non per mantenere l’esistente (questo lo facciamo con le tasse e le quote di iscrizione) ma per fare qualcosa di più e soprattutto di importante. E a questo di più deve credere innazitutto la governance e l’ambiente interno, se vogliamo che poi venga sposato dall’ambiente esterno. Bel tema.

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