Ricevo da Andrea Verde, e mi sembra interessante la sua osservazione…

Ricevo da Andrea Verde, ammistratore delegato della Ravess snc, un’azienda di Face to face, e rilancio per una eventuale discussione…

Non so se molti di voi hanno letto l’articolo uscito qualche giorno fa su La Repubblica edizione di Milano (19-12-2011) dove veniva descritta l’attività di un dialogatore di World Vision, assunto da una “società” di Face to Face. Nell’articolo si mette a nudo l’attività di questa società, si parla di netti di poche centinaia di euro, di’obblighi di fare 5 Rid per prendere il fisso, di turni massacranti e di false promesse. Nell’articolo viene anche bistrattato il nostro lavoro e sicuramente vengono messi in luce solo i punti negativi di questa attività, neanche uno positive e noi, tutti noi, sappiamo che ce ne sono moltissimi. Poiché ad oggi viviamo in una situazione molto difficile vista la crisi e la tipologia del nostro lavoro invito tutti con il cuore, visto che io sono innamorato di questa attività, a prestare ancora più attenzione a ciò che facciamo e soprattutto a chi ci rivolgiamo.

Ora, io sono un piccolissimo tassello di questo meraviglioso mondo che è il settore no profit, costituito da Associazioni internazionali straordinarie, ma tutti noi dobbiamo stare più attenti ai dettagli.

Se tutti o quasi hanno firmato un Codice Etico delle Buone Prassi del Dialogatore dobbiamo fortemente credere in quegli articoli che lo compongono. Non mi riferisco al calendario delle location e dei turni ma a quegli aspetti etici che legano il dialogatore all’Associazione, all’Agenzia ed al lavoro che sta facendo. Capisco il lavoro e le difficoltà di tutti ma non leghiamoci a qualsiasi tipo di Società o Agenzia arrivi sul mercato pur di avere un socio in più, mettiamo il nostro interesse comune prima di tutto, non possiamo rovinare un’attività di questo tipo per un giornalista che scrive di ciò che non sa. Non avrebbe mai scritto se si fosse presentato uno dei 95 dialogatori su 100 che invece amano questo lavoro dicendogli che raccogliere fondi e aiutare una Onlus è il suo pane quotidiano e una gioia immensa. Ma per scrivere due righe che denigra il vostro ed il mio lavoro allora si.

Dobbiamo difendere il nostro lavoro dagli attacchi quotidiani, però tutto questa attenzione dipende da noi, da voi che siete il motore di questa attività e da noi che quotidianamente rappresentiamo il vostro impegno. Riprendiamo in mano il Codice Etico, utilizziamolo, prestiamo più attenzione, difendiamo ciò che ci serve per procurare fondi e che serve per far sviluppare i vostri progetti che sono la base di tutto questo.

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valerio melandri

Autore, consulente, speaker e formatore sul fundraising.
Questo significa che scrivo, consiglio e parlo di fundraising dalla mattina alla sera, aiutando le organizzazioni nonprofit a raccogliere più fondi. Vivo in Italia ma insegno, faccio consulenza, o parlo a convegni anche all’estero.

14 Comments

  1. molto spesso rifiuto le chiamate perchè non mi danno alcuna base di possibile fiducia.
    Mi sembra che manchi molto nella politica della comunicazione.
    E’ necessario proteggere la tranquillità della persona che più è debole e più viene sottoposta a offerte poco serie.
    La persona dovrebbe poter accettare di essere chiamata su tematiche scelte e se la spiegazione della tematica scelta è giudicata positiva potrebbe dare un contributo.

  2. Io credo che tutti i lavori, se svolti in modo onesto, abbiano la stessa dignità e debbano essere difesi. Non che il nostro “mestiere” di fundraiser sia milgiore o peggiore di altri, ma è sicuramente meno conosciuto e spesso distrattato, salvo quando i nostri interlocutori ci chiamano perchè hanno bisogno di fondi!!!
    E’ strano come nessuno si scandalizzi o scriva articoli quando viengono gabbati i “clienti” o quando un qualsiasi venditore anche in modo aggressivo proponga la sua “merce”. Invece ci si scandalizza (e a volte ci si scaglia) contro chi propone di sostenere una buona causa attraverso strumenti che non siano la carità.

    Attenzione però, ho detto ogni lavoro svolto in modo “ONESTO” (e quindi trasparente, rendicontato, ecc.).

    A noi l’onere di dimostrare che non siamo truffaldini cercatori di denaro, ma onesti lavoratori che esercitano una professione, forse un po’ particolare, ma di sicura utilità per molti.

    Buon lavoro e visto che ci siamo, vi auguro anche un proficuo 2012.

  3. carissimi
    trovo che il cosiddetto FACE TO FACE dei dialogatori sia un metodo PESSIMO di marketing. Inoltre giustamente come dice il giornalista, spesso è gestito da aziende PROFIT senza scrupoli, i ragazzi sono pagati una miseria per stare tutto il giorno in strada, non sanno nulla delle associazioni per cui lavorano. E’ veramente una vergogna.

  4. si è vero, Giulia, ci sono aziende davvero senza scrupoli. Il contratto che il giornalista di repubblica porta come fotocopia (vedete l’articolo) è davvero da “caporalato”. Qualcosa di pazzesco, e penso nemmeno motivante e quindi controproducente. La mia domanda è: esiste un Face to face buono? Oppure il metodo in se è sempre e soltanto negativo? e il face to face buono che caratteristiche deve avere? Chi ne ha esperienze elenchi le caratteristiche. Grazie Giulia!

  5. il Face to Face a me non piace per niente. Trovo che prenda ispirazione dalle peggiori e più negative e fastidiose tecniche di marketing. Il segreto per un buon funraising è pensare a lungo termine: sensibilizazione, fare attività benefiche anche in Italia, lavorare con i centri culturali, le biblioteche, le scuole, i quartieri. Ma, cosi come nel profit aziendale, c’è invece la smania di guadagnare velocemente, tanto e senza tante storie (nè sforzi): percui si mettono ragazzini sotto pagati e incoscienti davanti alle Feltrinelli……

  6. Alcuni concetti già obsoletti altrove fanno fatica a rientrare nel nostro linguaggio e la nostra cultura.tra questi c’è il social buisness,che trova la sua espressione piu forte nel capitale sociale creato anche grazie al marketing face to face.

    A mio parere l’articolo apparso su repubblica qualche settimana fa si iscrive proprio in quella logica.
    Riflette un pò il pensiero comune.Quante volte un dialogatore si sarà sentito chiedere allo stand per strada se era un volontario o se fosse pagato?!
    Se risponde si per il volontario sembra quasi piu nobile la causa che difende.se dice di essere stipendiato è quasi schifato perchè ancora non si è capito che esiste il mestiere del Fundraiser.
    Non possiamo tutti,tutti i giorni per 10 ore al giorno stare dietro a tematiche sociali e cercare fondi:A maggiore ragione se è per strada,sotto il sole,la pioggia e la neve come lo fa il dialogatore,che solitamente è un giovane,studente con bisogni esistenzialisti,spesso sensibile alle realtà con cui viene in contatto,interessato a lavorare e a vivere decentemente !!!
    Per commentare un attimo l’articolo,vi assicuro che io mi sono fatto una risata leggendolo,perche non ho visto il giornalista,ho visto una persona frustrata,che è scesa nel campo del F2F con molte pretese e sicurezze come fanno tutti,e che confrontandosi con la dura realtà ha visto abbattersi ogni sua sicurezza.ho visto ancora meno il giornalista al ricordo che una delle fondamenta del giornalismo è l’obiettività.Mi pare in questo articolo fosse stata sacrificata dalla prima lettera all’ultima.E’ mai possibile che in tutto non ci sia nemmeno un punto positivo!?

    Voglio dire a chi l’ha scritto che la mia compagna è arrivata in questo lavoro come giornalista ed è rimasta finoggi.non con l’idea di arricchirsi.perchè di sicuro ha guadagnato in questi ultimi tre anni meno di quanto avrebbe preso proseguendo la sua carriera come giornalista.

    Non voglio dire che è tutto rosa.c’è sempre qualcuno che vuole approfittare degli altri in tutte le cose,ma non è sicuramente un motivo per gettare discredito su una categoria così nobile come quella del Fundraiser che lotta ogni giorno per dare al mondo un alternativa:il capitale sociale,fatto per affrontare tematiche comuni a tutti.Senza eccezione

    Francois Xavier Eloundou
    Project Manager
    IDMC,reparto Fundraising
    Face to Face

  7. Caro Francois, scusa ma devo proprio contraddirti. Categoria nobile che contribuisce alla causa? si, facendosi sfruttare dalle aziende PROFIT che promettono carriera, soldi (a provvigione), e di toccare la realtà del no profit che in verità resta anni luce lontana? Hai mai provato a parlare con questi ragazzi e renerrti conto che non sanno NIENTE di come funziona una ONG o un progetto? Sono le ultime ruote del carro, sfruttati per portare in giro il logo dell’UNICEF o di Save the Children come tanti uomini-sandwich. e’ una VERGOGNA.

  8. ma è proprio questa la contraddizione: si dice “occorre dare professionalità al terzo settore e pagare stipendi ragionevoli poi il tipo di contratto proposto al giornalista di repubblica è davvero folle. Va bene incentivare la gente a lavorare con un premio, ma con questi contratti non si incentiva, si disincentiva.
    e anche la frase
    “Voglio dire a chi l’ha scritto che la mia compagna è arrivata in questo lavoro come giornalista ed è rimasta finoggi.non con l’idea di arricchirsi.perchè di sicuro ha guadagnato in questi ultimi tre anni meno di quanto avrebbe preso proseguendo la sua carriera come giornalista” è in contraddizione con quanto detto prima. Sembra quasi che lavorare nel nonprofit sia una sfiga che ci capita “si, avrei potuto guadagnare di più’, ma siccome sono buono ho scelto di guadagnare di meno”…
    La mia scommessa è invece che lavorando nel nonprofit uno guadagni DI PIU’! non di meno.
    Noi dobbiamo far lavorare nel nonprofit i TALENTI, ovvero coloro che scelgono di lavorare qui perché lo vedono come una possibile carriera professionale sia sotto il profilo motivazionale CHE sotto il profilo economico!
    Con certi contratti (se sono veri) non si va da nessuna parte, è una autentica follia.

  9. Tutto sta nell’interesse che, specie le grandi onp, hanno in questo argomento. Se ci mettessero lo stesso impegno messo nel provare a risolvere il problema del costo postale dell’invio dei mailing la cosa si risolverebbe e tutto il nonprofit e il fundraising non ci farebbe una brutta figura come ci sta facendo ora con questi articoli (e non è da dimenticare anche la serie di articoli usciti sulla truffa che il Vis e Agire hanno subito http://www.volontariperlosviluppo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1778:truffa-al-mondo-della-cooperazione&catid=52:notizie&Itemid=165).
    Ma si vede che la cosa non interessa, non credo sia una novità dell’ultimo minuto quanto accaduto.

  10. il problema non è la brutta figura, è che queste cose il no profit NON DOVREBBE proprio farle!!!!

  11. Quello che comunque manca è una risposta all’articolo da parte dell’ong citata nell’articolo stesso. Potrebbe chiarire molti aspetti.

  12. Vedo che purtroppo questa conversazione si è esaurita troppo in fretta. Peccato, perché proprio in questo terreno fertile trovano spesso spazio gli argomenti che possono condurre a soluzioni virtuose e durature. Il F2F, e non neghiamolo per piacere, per la sua particolare natura si presta a situazioni di precarietà e di variabilità delle condizioni di lavoro a volte favorevoli, a volte sfavorevoli. Parola mia, di chi di agenzie ne ha conosciute diverse e si è ritrovato a guadagnare 100 euro in un giorno, piuttosto che 100 euro in una settimana.
    Perché non affrontare il problema di petto: stabilire delle condizioni retributive minime. Quanto è giusto ed equo che un dialogatore guadagni all’ora? Quale forma contrattuale? Poi lasciamo ai responsabili di progetto la responsabilità appunto di decidere di incentivi e benefit, di trovare soluzioni più favorevoli, in un ottica di beneficio condiviso per le ONP, per il responsabile stesso, per i dialogatori.
    Sotto una certa soglia il F2F non s’ha da fare. Punto. Se non hai il budget non spedisci, allo stesso modo non mandi in strada la gente, sennò il F2F si presta a speculazioni, come ha denunciato il giornalista di Repubblica.
    Dice (sono quasi certo in buona fede) Emanuele Bombardi di World Vision Italia – “abbiamo ottenuto dall’agenzia l’assicurazione che la retribuzione fissa sia sempre e comunque pagata a fronte di una prestazione lavorativa da parte del dialogatore” – peccato che si tace l’essenziale, vale a dire a quante ore di lavoro corrisponde il fisso.

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