Valerio Melandri-Il primo blog italiano sul fundraising

Archivio della categoria 'Divagazioni'

Il Governo chiude l’Agenzia per il terzo settore. Il ministro Fornero lo ha annunciato al vicesindaco Guida: «Ci dispiace, ma bisognava per forza»

Data:29 gennaio 2012

Era nell’aria. Stefano Zamagni me lo aveva anticipato quando gli chiesi di entrare nella giuria dell’Italian Fundraising Award 2012, i nuovi premi istituiti dal Festival del Fundraising per celebrare il fundraiser, il volontario, il donatore dell’anno. Mi disse: “Ben volentieri ci sarei, ma probabilmente a maggio non ci sarà più l’Agenzia”. Beh, caro professore, aveva ragione. Nessuno come lei ha fatto tanto per il Terzo Settore, e ha fatto funzionare (con grandissime difficoltà, dovute alla mancanza di budget e alla mancanza di potere) anche l’Agenzia. Sotto la sua direzione ha fatto qualcosa: un rivista, una serie di documenti importanti, tante relazioni e rapporti e soprattutto un infaticabile voce, che ha fatto migliaia di chilometri per promuovere la cultura del nonprofit. Sotto la direzione precedente, fu sostanzialmente immobile, ovviamente per inesperienza.

Ma il problema è che quando un ente, non ha un budget di spesa, e soprattutto ha il potere di dare solo parere “facoltativi e comunque non vincolanti” sulle problematiche Onlus…c’e’ ben poco da fare. Non conti nulla. E allora, tranne il motivo “educativo” (e in questo Zamagni è stato un campione), ti rimane poco.

La Fornero (Ministro) dice giustamente: “O qua, la si trasforma in Authority – e oggi non è possibile – o tenerla così in vita, senza potere e senza budget, non serve a nulla. Meglio chiudere”. Francamente come si fa a darle torto? Peccato. Un’esperienza iniziata con tante speranze e ahimè conclusa in modo inglorioso. Il terzo Settore italiano ha un bisogno grande di “watch dog”, cioè di quegli enti “cani da guardia” come dicono gli americani che in modo indipendente ed efficace producano il necessario sistema di certificazione dei risultati delle nonprofit che così tanto manca in Italia.

“Non Profit Report 2011…che valore ha?

Data:3 gennaio 2012

Ormai da anni non credo nelle indagini comportamentistiche. Non credo molto neanche nei focus group, anche se ancora un qualche valore per alcune ristrettissime cose ce l’hanno. In realtà la gente non dice più quello che pensa, ma soltanto quello che conviene dire. Nel nonprofit poi questo è impressionante. Quante volte hai donato? Molte (chi dona poco è cattivo, chi dona molto è buono). Lo fai volentieri? Certo! (ci mancherebbe!) Cosa ti manca di più? La trasparenza (salvo poi non leggere una riga di bilancio sociale….anche se viene mandato decine di volte). Cosa ti piace di più? La generosità completa (io non sono egoista). Vorresti ricevere tutte le richieste di donazioni on line? Certo! (è più ecologico, salvo poi avere un calo della donazioni drammatico, quando  si sposta questo donatore solo sull’on line) Ecc..ecc… Insomma lo sappiamo già quello che la gente dice che pensa. Ma è quello che pensa? E’ veramente quello che pensa o è quello che pensa che dovrebbe pensare?

Ne parlavo con Adrian Sargeant, un pioniere dell’analisi psicologica sul fundraising. avevamo in mente un ricerca comparata, Usa, Uk, Italia sui donatori. In passato Adrian ha usato moltissimo la tecnica dell’autodichiarazione di comportamento. E mi diceva “Ora basta. Oggi non ha più nessun valore un indagine sulle dichiarazioni di comportamento, occorre guardare che cosa la gente “fa”, non che cosa la gente dice che “farebbe” o dice che “ha fatto”. Semplicemente sono dichiarazioni false.

La mia sfida per le prossime indagini è di andare a fare test sul campo. Di fronte a una newsletter di un certo tipo, fatta in un certo modo, ho meno o più donazioni? E se la faccio in un altro modo ottengo più donazioni? Insomma il tempo delle ricerche con campioni un po’ imprecisi (non è questo il caso, che anzi ha un campione vastissimo, ma di altre ricerche viste recentemente) e di analisi basate sulle autodichiarazioni forse è quasi finito. Adesso occorre fare un passo avanti e sono convinto che i bravi autori della ricerca di cui vi riporto il comunicato stampa, con il database gigantesco che hanno a disposizione, con la grande opportunità di contatti che hanno, possono far fare passi da gigante alla ricerca nonprofit. A patto che siamo tutti disposti a condividere i dati che servono per produrli, e a far testare nei vari siti le domande

P.s. cosa vi piacerebbe sapere? Scrivetemi le vostre domande e io proverò a metterle insieme per una ricerca nuova, insieme a chi ci vorrà stare!

Intanto date un’occhiata alla ricerca.

“Non Profit Report 2011 –ContactLab in collaborazione con VITA Consulting, http://www.contactlab.com”

Gli utenti fedeli al terzo settore fotografati nei loro comportamenti digitali utilizzano i social network, più o meno spesso, per scrivere post o caricare foto, ma solo in parte li frequentano per tenersi aggiornati sui progetti delle Onlus di proprio interesse, preferendo newsletter e siti web. Cercano un contatto diretto con le organizzazioni, chiedono trasparenza concretezza.

I social network: un mondo ancora da esplorare

La metà degli intervistati – il 49% degli oltre 20.000 contatti già presenti nei database di 38 organizzazioni non profit in Italia, invitati a rispondere a un questionario online – dichiara di utilizzare i social network per scrivere post, caricare foto e partecipare a gruppi. Cambia però la frequenza: solo il 14% riconosce infatti di avere una presenza social attiva e assidua, mentre un ulteriore 35% scrive, commenta o condivide contenuti sul proprio profilo più raramente, pur mantenendosi aggiornato sulle attività dei propri amici e contatti.

Trasparenza, chiarezza, continuità dei messaggi uguale fidelizzazione

Gli utenti chiedono trasparenza e concretezza: lo fanno manifestando l’esigenza di un’area riservata all’interno del sito delle Onlus (62%), per poter seguire da vicino lo sviluppo dei progetti o chiedendo maggiore cura dei contenuti, nelle newsletter così come nelle pagine social. Vorrebbero trovare più storie, magari illustrate da fotografie e accompagnate dai commenti degli stessi utenti che desiderano condividere la propria esperienza e portare una testimonianza del proprio impegno a sostegno di una causa.

Il passaparola, ancora oggi principale strumento di informazione per un utente su sei, aumenta esponenzialmente la sua portata grazie ai social network: un’opportunità da sfruttare allargando e rafforzando la propria rete di contatti e sostenitori, oggi più che mai capaci di diventare ambasciatori delle iniziative delle Onlus.

Non Profit Report

L’edizione integrale dell’indagine che ha visto coinvolte 38 organizzazioni non profit (grandi, medie e piccole, attive in nove diversi ambiti) e oltre 20.000 contatti presenti nei loro database che hanno completato il questionario online, è disponibile per il download all’indirizzo http://www.contactlab.com/nonprofitreport

Allo stesso indirizzo è disponibile l’infografica di approfondimento: Gli utenti fedeli al non profit e il web. Il dono online e il rapporto coi social network

Ricevo da Andrea Verde, e mi sembra interessante la sua osservazione…

Data:28 dicembre 2011

Ricevo da Andrea Verde, ammistratore delegato della Ravess snc, un’azienda di Face to face, e rilancio per una eventuale discussione…

Non so se molti di voi hanno letto l’articolo uscito qualche giorno fa su La Repubblica edizione di Milano (19-12-2011) dove veniva descritta l’attività di un dialogatore di World Vision, assunto da una “società” di Face to Face. Nell’articolo si mette a nudo l’attività di questa società, si parla di netti di poche centinaia di euro, di’obblighi di fare 5 Rid per prendere il fisso, di turni massacranti e di false promesse. Nell’articolo viene anche bistrattato il nostro lavoro e sicuramente vengono messi in luce solo i punti negativi di questa attività, neanche uno positive e noi, tutti noi, sappiamo che ce ne sono moltissimi. Poiché ad oggi viviamo in una situazione molto difficile vista la crisi e la tipologia del nostro lavoro invito tutti con il cuore, visto che io sono innamorato di questa attività, a prestare ancora più attenzione a ciò che facciamo e soprattutto a chi ci rivolgiamo.

Ora, io sono un piccolissimo tassello di questo meraviglioso mondo che è il settore no profit, costituito da Associazioni internazionali straordinarie, ma tutti noi dobbiamo stare più attenti ai dettagli.

Se tutti o quasi hanno firmato un Codice Etico delle Buone Prassi del Dialogatore dobbiamo fortemente credere in quegli articoli che lo compongono. Non mi riferisco al calendario delle location e dei turni ma a quegli aspetti etici che legano il dialogatore all’Associazione, all’Agenzia ed al lavoro che sta facendo. Capisco il lavoro e le difficoltà di tutti ma non leghiamoci a qualsiasi tipo di Società o Agenzia arrivi sul mercato pur di avere un socio in più, mettiamo il nostro interesse comune prima di tutto, non possiamo rovinare un’attività di questo tipo per un giornalista che scrive di ciò che non sa. Non avrebbe mai scritto se si fosse presentato uno dei 95 dialogatori su 100 che invece amano questo lavoro dicendogli che raccogliere fondi e aiutare una Onlus è il suo pane quotidiano e una gioia immensa. Ma per scrivere due righe che denigra il vostro ed il mio lavoro allora si.

Dobbiamo difendere il nostro lavoro dagli attacchi quotidiani, però tutto questa attenzione dipende da noi, da voi che siete il motore di questa attività e da noi che quotidianamente rappresentiamo il vostro impegno. Riprendiamo in mano il Codice Etico, utilizziamolo, prestiamo più attenzione, difendiamo ciò che ci serve per procurare fondi e che serve per far sviluppare i vostri progetti che sono la base di tutto questo.

Pensieri per il Natale in arrivo

Data:15 dicembre 2011

Quando una non profit afferma di donare il 100% alla causa, evidentemente non sta includendo i costi, o le donazioni, di beni e servizi utilizzati. Nell’articolo di Vita Magazine del 16 dicembre faccio alcuni esempi, per chiarire un pò le idee, dato che Natale si avvicina, e con esso anche i tanti  slogan “100%”!

 

Anche il fundraising ha bisogno di un santo! Che ne dite di San Nicola? Non vi ricorda la figura del fundraiser? La mia proposta nell’articolo di Vita Magazine del 23 dicembre.

Scrivere al donatore

Data:24 novembre 2011

Quali sono gli errori da evitare nella scrittura di testi di fundraising? Vi presento qui un breve elenco di quelli più comuni che mi è capitato di incontrare, sperando possiate trovarlo utile, nonché  ricavarne qualche spunto. Il mio “FunDream” su Vita Magazine del 25 novembre.

Il direct marketing è in declino? Nel mio articolo pubblicato su Vita Magazine n. 47 uscito oggi, sostengo che questo strumento non morirà mai e anzi, nella situazione economica attuale, troverà un nuovo slancio grazie alla maggiore affidabilità e flessibilità che garantisce a chi lo utilizza. E voi, che ne pensate?

Il non profit ha bisogno di numeri! Due esempi.

Data:10 novembre 2011

Esiste un limite oltre il quale sollecitare una donazione rischia di essere inutile o addirittura dannoso? Sordiglioni, responsabile raccolta fondi della fondazione Grigioni, sostiene che esista e, dati alla mano, indica il terzo invio come l’ultimo utile, prima di registrare un calo drastico delle risposte dei donatori e una potenziale perdita economica. Ho condiviso questa interessante analisi su Vita Magazine del 14 ottobre.

L’ultimo censimento delle Organizzazioni non profit in Italia risale al 1999. E confrontando i dati raccolti sulle donazioni, si scopre che questi non coincidono, e di molto. Come è possibile pianificare campagne e strategie efficaci, quando non si hanno informazioni aggiornate da dodici anni? Perché l’Agenzia del terzo settore non procede ad una nuova indagine? E chissà se risponderà alla mia candidatura…! Il mio articolo su Vita Magazine del 18 Novembre.

Forse vale la pena leggere questo post di Coen Cagli…

Data:27 ottobre 2011

Massimo Coen Cagli, http://www.blogfundraising.it/donazioni-da-individui/fund-raising-senza-valore-aggiunto-necessario-forse-ma-non-per-forza-giusto/ qui dove il noto consulente e formatore si lancia in una considerazione interessante e per molti aspetti condivisibile. IN pratica dice: “qui si confonde il fundraising con sfruttamento” ovvero o con il donatore si reciproca e ci si mette insieme oppure è solo un mero mungere. Questo, ma non solo questo su www.blogfundraising.it.

Buona lettura!

Incoraggiare ed incentivare: due parole chiave per il non profit

Data:13 ottobre 2011

Il non profit paga un contratto di inserimento che è, mediamente, il 30-40 % più basso rispetto a quello offerto dalle imprese profit. Gli operatori, dunque, si trovano davanti la scelta tra una carriera nell’uno o nell’altro settore, soppesando le aspirazioni personali, il desiderio di aiutare gli altri, ma anche pensando al  proprio futuro e alle prospettive che questa scelta implica. Questo il tema dell’articolo di Vita Magazine del 6 settembre.

Se anche molti operatori e addirittura manager del profit sentono il bisogno di impiegare gratuitamente parte del loro tempo in attività di volontariato, occorre fermarsi a fare una riflessione sull’importanza di incentivare il non profit ed incoraggiare i giovani a non abbandonare questo settore. Voi che ne pensate? Ecco il mio articolo su Vita Magazine del 23 settembre.

Steve Jobs, il più grande filantropo del mondo

Data:6 ottobre 2011

“Durante una delle mie lezioni sul settore nonprofit, uno studente mi chiese di fare il nome di un’impresa profit impegnata nella risoluzione dei problemi sociali alla stregua delle aziende nonprofit; risposi che per me sarebbe stato difficile citare un’impresa che non lo facesse. I nostri giovani crescono con la strana convinzione che l’unico modo per fare qualcosa di buono nel mondo sia lavorare per un’azienda nonprofit oppure diventare il prossimo Bill Gates e creare una fondazione privata, o ancora dedicarsi alla “imprenditoria sociale”, spesso senza comprenderne il significato.

Etimologicamente, la parola filantropia  indica un sentimento di amore (dal greco φιλία, filìa) nei confronti degli esseri umani (dal greco ἄνϑρωπος, ànthropos). Nell’uso corrente un filantropo è una persona generosa che fa attività di beneficenza.

Questa definizione, anche nel giorno della sua morte, avvenuta a soli 56 anni, mi fa pensare a Steve Jobs.

Rientrato alla Apple nel 1997, si dice che Jobs interruppe tutti i programmi di beneficenza per tagliare le spese a causa delle difficoltà economiche che la società stava incontrando; si sparse la voce che quei programmi non furono mai più ripresi.

Un articolo su Jobs pubblicato nel 2006, dal titolo “Una grande ricchezza non fa di una persona un grande uomo”, affermava che, nonostante un patrimonio di 3,3 miliardi di dollari, il nome di Jobs non compariva negli elenchi dei grandi donatori. Dopo aver mosso l’accusa, l’articolo riconosceva la possibilità di donazioni in forma anonima e proseguiva, in modo pesante, affermando: “E’ sconcertante che Jobs sia insensibile ad  una causa che dovrebbe avere un significato profondo per lui… Infatti si è ammalato di cancro ed è riuscito a vincerlo. Ma diversamente da Armstrong, si è impegnato molto poco nella raccolta fondi. […] È soltanto un avido capitalista che è riuscito a mettere insieme una fortuna. È vergognoso… Bill Gates merita molto di più della “rock star dell’America aziendale” (come viene definito Jobs). Per lo stesso motivo, Bono è più degno di stima di Mick Jagger e John Lennon più di  Elvis; queste persone hanno parlato di cose ben più importanti della loro celebrità.” Questo è innegabile, ma la loro celebrità era in parte collegata alle cose di cui parlavano.

In un’intervista del 1985, Jobs affermava che bisogna avere tanto tempo libero per poter fare delle donazioni e che “per imparare a fare bene qualcosa, è necessario sbagliare… il problema, nel campo del fundraising, è che non esistono sistemi di misura, per cui non si riesce a capire se un’iniziativa è stata un fallimento o un successo.. quindi è molto difficile migliorarsi. […] non appena avrò un po’ di tempo, creerò un fondazione pubblica.”

Nel 1986 lo fece, ma quella fondazione chiuse i battenti dopo soli 15 mesi. Secondo la persona che egli incaricò di gestire la fondazione, Jobs non aveva il tempo materiale di occuparsene; gli amici di Jobs affermarono invece che la sua decisione era dipesa dalla sua convinzione di fare meglio l’interesse della collettività espandendo la Apple. E meno male!

Immaginiamo quale perdita sarebbe stata per l’umanità intera se invece di dedicarsi a quello che sa fare meglio, Jobs avesse dedicato gli ultimi 25 anni della sua vita a pensare a come devolvere in beneficenza i suoi miliardi.

Non avremmo oggi la possibilità di leggere le e-mail o di navigare in internet dal cellulare; e questo vale per tutti: studenti, medici, infermieri, volontari, leader delle aziende nonprofit, assistenti sociali, ecc. Il lavoro di Jobs ha aiutato i non vedenti a leggere i testi scritti e ha permesso loro di riconoscere le monete; ha permesso ai fisici di approfondire le loro ricerche e ai chirurghi di migliorare le prestazioni in sala operatoria, ha aiutato le aziende nonprofit a raccogliere fondi.

Senza il lavoro di Jobs, saremmo ancora lontani almeno dieci anni dall’iPad, che ha introdotto l’era della lettura digitale, grazie alla quale potremo salvare intere foreste e risparmiare tutte le energie necessarie per trasportare il legname e produrre la carta. Ed è solo l’inizio. I medici utilizzano l’iPad per migliorare l’assistenza sanitaria, per curare l’autismo; inoltre è uno strumento adatto a stimolare la creatività dei bambini e ha permesso di rivoluzionare la formazione in campo medico.

E non possiamo certo affermare se non lo avesse fatto Jobs, ci avrebbe pensato qualcun altro; gli strumenti tecnologicamente avanzati di cui disponiamo oggi hanno preso ispirazione soltanto dalle sue idee.

Avremmo dovuto aspettare ancora chissà quanti anni prima di avere un meccanismo user-friendly per disporre di musica in formato elettronico senza rubarla continuando a masterizzare i CD, il che vuol dire che produrremmo ancora centinaia di milioni di CD con custodie in plastica.

Non esisterebbero i 34.000 posti di lavoro a tempo pieno creati dalla Apple, per non parlare di tutti i lavori di manifattura che gravitano intorno alla società.

Non esisterebbe neppure la ricchezza che l’azienda ha creato per milioni di americani che hanno puntato su di essa.

Non esisterebbe la video conferenza, i nostri computer continuerebbero ad andare in tilt… E’ possibile quantificare il valore di tutto il tempo non più sprecato per aggiustarli?

Faremmo a meno di un intero modo di pensare, sui computer, sulla leadership, sul business… sul nostro potenziale.

La verità è che ciò che conta davvero è il modo in cui utilizziamo il tempo su questa terra, non quanti soldi doniamo; il coraggio e l’energia che spendiamo nel combattere il cinismo e la mediocrità, affrontando chi cerca di calpestare i nostri sogni e sfruttando al massimo il nostro potenziale.

Se consideriamo tutto questo, allora possiamo affermare che non esiste un filantropo più grande di Steve Jobs. Se mai un uomo ha dato un contributo importante all’umanità intera, quest’uomo è lui. E lo ha fatto mentre lottava contro il cancro.

Durante una recente intervista, Bono difende Jobs, affermando che la Apple è stata la più generosa sostenitrice del Global Fund to Fight AIDS, Tuberculosis and Malaria, con donazioni di decine di milioni di dollari. Inoltre Bono affermò che il fatto che una persona abbia tantissimi impegni non implica che non abbia a cuore il bene comune.  Steve Jobs ha consacrato la sua vita al progresso dell’umanità, non al suo piacere personale; non ci troviamo di fronte ad un uomo che ha trascorso la vita a costruire case o yachts, ossessionato dall’idea di come spendere i suoi miliardi per il suo piacere personale; non si può nemmeno dire che abbia mai avuto molto tempo libero per dedicarsi a sé stesso.

E a quanto pare, le sorprese di Jobs non finiscono qui… quest’uomo e la sua visione, doneranno ancora molto all’umanità”.

Questo commento alla morte di Steve Jobs che mi ha passato una mia collaboratrice in inglese, è tratto dal blog di Dan Pallotta, un vivace studioso italoamericano, (e che io mi sono limitato a tradurre), è davvero bello, lucido, chiaro. Rappresenta Steve Jobs non solo come un grande imprenditore, e un grande creativo, ma soprattutto come un uomo impegnato a fare bene ciò che più gli piaceva (e quindi che gli riusciva meglio).

Steve Jobs ha consacrato la sua vita al progresso dell’umanità, ha unito bene comune e piacere personale. Jobs è stato uno di quegli uomini, non rari ma rarissimi, che ha sempre saputo far coincidere la realizzazione di se stesso e dei propri obiettivi, la creazione di opportunità per sé con la creazione di opportunità e di benessere anche per gli altri. E tutto questo sia per indole, sia per coraggio, sia per capacità, sia soprattutto per il suo grande attaccamento al reale.

 

Riconoscere il fundraiser ed il filantropo di qualità

Data:28 settembre 2011

Il fundraiser, nel suo lavoro quotidiano, dovrebbe ispirarsi a Figaro, il Barbiere di Siviglia! Date un’occhiata alla curiosa analogia nel mio articolo pubblicato su Vita Magazine del 29 luglio.

Si può fare del bene agli altri, contribuire alla risoluzione di problemi sociali, e non apparire nella lista dei grandi donatori. Steve Jobs, in tal senso, è un ottimo esempio: pensate ai benefici sociali derivanti dall’utilizzo del suo Ipad nel campo medico, oppure alla quantità di carta in meno che viene stampata ogni giorno, ed ai suoi tanti utilizzi in molteplici settori. Non sono solo le donazioni, quindi, che fanno di un uomo un grande filantropo. Questa la mia opinione nell’articolo di Vita Magazine del 30 settembre che riprende un’idea di Dan Pallotta e del suo blog.

Ricerca

  • Festival del Fundraising

  • Translator

    Italiano flagInglese flagFrancese flagTedesco flagPortoghese flagSpagnolo flag                                    
  • Cos'è il fund raising

  • Commenti recenti

  • Categorie

  • Io faccio parte di

  • Archivi


  • 2004-2009 Valerio Melandri
    sito realizzato con WordPress
    tema Simplicity realizzato da Davide Falanga e modificato da Vittorio Manduchi