Cosa vuole veramente un donatore

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Ho perso il conto delle conferenze a cui ho partecipato in cui il relatore esordisce con la mitica frase
“Le ricerche dimostrano che i donatori vogliono solo tre cose…”:

  1. dare ai donatori la possibilità di scegliere per quale progetto donare;
  2. ringraziarli in maniera appropriata;
  3. trattarli sempre con gentilezza e professionalità.

Il problema è che le ricerche, di solito, si limitano a chiedere ai donatori:
“Che cosa vorreste dall’organizzazione nonprofit?”. E ciò è profondamente sbagliato.

Se uno pensa di aver trovato la risposta giusta nel rapporto con i propri donatori semplicemente chiedendo loro “Che cosa volete?”, vuole dire che non
ha la più pallida idea di cosa sia un essere umano!
È come se una persona prima di sposarsi facesse un questionario alla propria fidanzata del tipo “Cara, che cosa vuoi che io faccia?”, e si comportasse sulla base delle risposte ottenute. Non funziona!

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Nel fundraising non c’è tempo da perdere!

Ciao! Com’è andato il weekend? Il tempo non è stato male, vero?

Quando parliamo con qualcuno, non siamo quasi mai diretti. Quando mai andiamo subito al punto in una conversazione? Anche quando abbiamo ben chiaro in testa di cosa vogliamo discutere con una persona, abbiamo paura di essere maleducati se non gli chiediamo prima come sta.

I CONVENEVOLI sono importanti nella vita di tutti i giorni. Anche se sono vuoti. Anche se non vogliono dire niente.

Ecco: nel fundraising, invece, è meglio che li evitiamo proprio.

Quando mandiamo una lettera, una e-mail, bisogna essere SCHIETTI. Bisogna essere DIRETTI. Il donatore deve capire SUBITO cosa vogliamo. Dobbiamo andare subito DRITTI AL PUNTO: e il punto è che ci servono i loro soldi, per cambiare le cose.

Possiamo essere a disagio. È normale. Perché non è come nella vita di tutti i giorni. Come sarebbe se incontrassimo un amico per

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Quindi il mailing è finito? Ma per favore!

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Sono passato dalla mia vecchia casa negli Stati Uniti, a New York,
dove continua ad arrivarmi la posta.

In particolare continuano ad arrivarmi le lettere di raccolta fondi delle varie organizzazioni nonprofit che mi chiedono soldi. Il tanto vituperato e malmenato direct mailing. Nella foto ci sono le lettere arrivate che ho messo in una borsa (una borsa che era INCLUSA in un mailing che mi è arrivato!!!).

Mi porto a casa in Italia la borsa con dentro tutti i mailing. Li ho stesi nella scrivania: dal 20 ottobre al 5 dicembre ho ricevuto 184 lettere di mailing, ovvero una media di 4 lettere di mailing al giorno.

 

Quindi il mailing è finito? Ma per favore! Ci sono 184 organizzazioni che sprecano denaro??? Il mailing premium (ovvero quello con dentro oggettistica varia per suscitare interesse del donatore) è finito? Ma se

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Parliamo meno di quello che facciamo,
e più di quello in cui crediamo!

“Che lavoro fa tuo padre?”

“Fundraising!”

“Cosa?”

“No, scusa: insegna economia!”

Quando gli amichetti di mia figlia, a scuola, le chiedono cosa faccio nella vita, lei di solito risponde sempre così: ormai si è rassegnata!

Ma non è che nelle conversazioni tra adulti siamo molto diversi. Spesso, quando ci chiedono cosa fa la nonprofit per cui lavoriamo, facciamo partire una noiosa tiritera che abbiamo imparato a memoria sulla mission.

“La mia nonprofit fornisce servizi a persone in difficoltà e…”

Posso dirlo? Ma che p…e!

Secondo voi, con i discorsi imparati a memoria, riuscirete mai ad appassionare chi vi parla? E i vostri donatori?

Perché, invece di ripetere sempre quello che le nostre organizzazioni fanno, non parliamo di quello in cui noi, i nostri colleghi, e le nostre organizzazioni, crediamo?

La lista delle cose che un’organizzazione fa va bene per gli addetti ai lavori. Ma se vogliamo coinvolgere i donatori nella

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Incerti sul piano di raccolta fondi annuale?
Fatevi 7 domande e datevi 7 risposte!

Abbiamo superato la metà di gennaio: questo significa che, se non avete ancora programmato un piano di fundraising per il 2016, siete vergognosamente in ritardo!

Cosa state aspettando?

Un piano di fundraising ben fatto è essenziale per il vostro successo come fundraiser. Solo che non è facile. Lo so, alcuni di voi si annoiano a morte. Io a volte preferisco correggere i compiti dei miei figli. Ma d’altronde non esistono trucchi o segreti per programmare le strategie lungo il corso dell’anno: ogni caso è diverso. Io per esempio faccio così.

Prima di iniziare a buttare giù una bozza di progetto, parto facendomi un elenco di domande a cui il mio piano deve rispondere. Per esempio:

  1. Qual è il mio obiettivo? Ma non qualcosa di generico, come: “fare più soldi”. Mi devo dare un obiettivo chiaro, preciso, altrimenti è fuffa!
  2. Da dove devo ricavare questi soldi? Quanto dai singoli donatori?

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Il cambiamento è una costante!

L’ispirazione viene col lavorare ogni giorno. Charles Baudelaire

Il panorama del fundraising è molto cambiato. Questa trasformazione si può riassumere in quattro fasi caratterizzate da quattro lettere fondamentali, le prime quattro dell’alfabeto: A, B, C e D.

A sta per Altruismo, ovvero sia come riesco a raggiungere la passione altruistica dei donatori e dei sostenitori potenziali, con quali strategie posso mettermi in contatto con loro.

B sta per Business: i valori condivisi, le responsabilità, sempre comunque orientate verso l’ottenimento dei risultati.

La fase in cui siamo oggigiorno è la C, che sta per Coinvolgimento della comunità, perché ormai non si tratta solo di raccogliere fondi nelle nazioni occidentali e inviarli ai paesi in via di sviluppo: si tratta di coinvolgere le persone in tutte quelle economie emergenti del mondo e, insieme alla comunità, fare quello che è giusto. In questo senso, lo sviluppo tecnologico avvenuto negli ultimi anni ci ha

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Numeri, numeri e ancora numeri! Finalmente un po’ di numeri sul donor care

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Ringraziare è tutto! O si ringrazia, o non c’e’ modo, non torneranno. Ma cavoli è così semplice.

Adesso sono qui a scrivere al mio laptop, e sono in una organizzazione nonprofit, e a fianco a me c’’e la postazione di una persona che telefona ai donatori per ringraziarla. E’ bellissimo vedere come ride, e come sorride, aspettando le risposte sorprese e sbalordite di chi si sente ringraziato.

Incredibile, quanto è potente un semplice grazie.

Ma non teoricamente, in termini di numeri, di soldi!!!

In tanti mi dicono: “chiediamo altri soldi anche durante la telefonata di ringraziamento?” Così facciamo “due piccioni con una fava!” Eh no, cazzo! Se ringrazi, per una volta fallo sul serio, fai un bel ringraziamento che funziona, che c’è, che gira bene! Altrimenti è inutile.

Ecco un po’ di numeri presi da una ricerca fatta dalla Ruffalo Noel Levitz.

L’ideale

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Sette accorgimenti per una campagna di direct mail

“Il mistero della scrittura è che in essa non c’è alcun mistero.”. – Josè Saramago

La citazione di cui sopra è particolarmente valida per il fundraising: sappiamo infatti che dobbiamo tener conto di centinaia di variabili se decidiamo di intraprendere una campagna di direct mail di successo. In linea generale, possiamo riassumere questi piccoli accorgimenti in tre grandi requisiti da soddisfare:

  1. una call to action specifica e coinvolgente;
  2. una storia toccante che possa mostrare quanto la donazione sia urgente ed importante;
  3. un’impostazione donor-oriented, che possa rendere chiaro come l’attore principale, l’eroe, sia il donatore, che ha la situazione in mano e può cambiare le cose con un semplice gesto.

Tuttavia, questo è solo il primo passo verso una campagna di successo: esistono altre semplici accortezze che, se utilizzate in maniera adeguata, possono aiutarci ad aumentare la redemption della nostra strategia.

  1. Una verità illusoria. Inserire molte ripetizioni permette di

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Perchè cambiare: paura o amore?

E alla fine sono più di 65 gli iscritti alla selezioni del prossimo Master in Fundraising. Posso dirlo? Una soddisfazione!

Quando abbiamo fatto, per la prima volta, il Master in Fundraising e il Festival del Fundraising, siamo sempre stati spinti dall’amore e mai dalla paura o dalla disperazione.
Volevamo fare una cosa e farla bene, per noi e per gli altri.
E ha funzionato, ma non funzionerà per sempre se non continueremo a innovare, cercando di amare ciò che si fa.

La domanda più importante che dovremmo farci è: da cosa dipende il nostro desiderio di innovare, dalla paura o dall’amore?

La paura ci rende disperati, isterici. L’amore ci rende sicuri di noi.
La paura ci porta a preoccuparci di cosa ne sarà della nostra organizzazione, del nostro budget, e infine del nostro lavoro.
L’amore invece ci porta ad essere entusiasti di fronte alla consapevolezza

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La Buona Causa….per il Profit e il Nonprofit…..!

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Il messaggio è chiaro. Goodwill americana si occupa di rivendere oggetti usati, è una nonpprofit che ha una vasta catena di negozi di materiale e merce usata. Un sacco di gente ci lavora, persone che non avrebbero il lavoro, un sacco di gente viene aiutata con gli utili che si producono. Il profit classico incontra il nonprofit. E non lesinano a spendere soldi per promozione.

New York – Cabina Telefonica