Talenti e il Don Calabria


Oggi si è chiuso il primo corso della nuova scuola di Raccolta Fondi per Enti Religiosi e organizzazioni di origine ecclesiastica del Triveneto. Una splendida classe, tre giorni di attenzione e “richieste” di capirci di piu’. So di non essere mai all’altezza, ma spero di essere almeno utile!. Mi ha impressionato molto la purezza (che sconfina, a volte, in una apparente rigidità – ma e’ solo apparente rigidità – in realtà è fedeltà) del carisma che questi operatori del nonprofit religioso perseguono. Ad esempio, mi raccontava, con un sorriso ironico e un po’ malinconico, uno dei corsisti che: “se io solo proponessi una metà delle cose che tu ci stai descrivendo a proposito del fund raising nel mio istituto – il Don Calabria – sarei licenziato all’istante….” – e poi continuava – “e pensa una cosa: noi abbiamo rifiutato delle donazioni, anche cospicue, perche’ il donatore richiedeva di avere il nome sulla donazione. Abbiamo rifiutato anche eredità o lasciti perche’ il donatore diceva: pero’ mettete il mio nome da qualche parte”. Avete ca- pito bene? Il fondatore dell’opera (divenuto santo pochi anni fa) Don Calabria, ha lasciato scritto che non bisogna mettere il nome del donatore, perchè altrimenti potrebbe essere rovinato il “senso del dono”. Non bisogna mettere il nome del donatore, affinchè venga salvaguardato il valore e il motivo del dono. Che bellezza, che purezza! Che potenza (civile, economica, politica) avere una fede di questo genere… davvero puo’ muovere le montagne. E non è un caso che il Centro Don Calabria (il piu’ grande ospedale nonprofit italiano dopo il San Raffaele di Milano) sia una grande opera, costruita con una grande Fede nella Provvidenza.
Ancora una volta la morale e’ sempre quella: stare in classe è per me una grande scuola. Per me insegnare è la grande occasione per imparare. (VM)

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valerio melandri

Autore, consulente, speaker e formatore sul fundraising.
Questo significa che scrivo, consiglio e parlo di fundraising dalla mattina alla sera, aiutando le organizzazioni nonprofit a raccogliere più fondi. Vivo in Italia ma insegno, faccio consulenza, o parlo a convegni anche all’estero.

2 Comments

  1. Riallacciandomi al pensiero già espresso da lei professore nel post del 18 ottobre, a riguardo del post di Beppe Grillo sulle sponsorizzazioni per gli enti religiosi, penso non ci sia niente di male se il donatore vuole lasciare un segno di se’ là dove ha fatto del bene!..mi ricordo a proposito le vecchie panche della mia chiesa col nome della famiglia che le ha acquistate, non è la stessa cosa?

  2. E’ più buona una mela o un cocomero?
    Ognuno dona per il motivo e la causa che preferisce (o che ritiene maggiormente utile, per non dire opportuno…), spetta al fundraiser rendere il dono consapevole e mai obbligatorio…anche se, il “do ut des” è spesso necessario, per non dire insostituibile. Non apriamo la finestra sull’”ambiguità del bene”, perché il discorso non avrebbe fine.

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