Il fundraising non è sempre rose e fiori

Vi riporto una email che un lettore del blog nonchè socio di una organizzazione nonprofit mi ha scritto.
Credo che evidenzi alcune difficoltà nel fare fundraising:

      1 – Il fundraising non si fa in poco tempo: i risultati non sono dall’oggi al domani ma in un’ottica pluriennale
      2 – Il costo del fundraising e la scarsa volontà o possibilità ad investire nel fundraising spingono molte associazioni verso la retribuzione a percentuale del fundraising
      3 – Il fundraising è integrato e lo deve essere in tutta la vita dell’associazione: è anche gestione economica, è anche processo decisionale interno, è anche gestione delle risorse umane dedicate.

Le mie risposte le trovate in corsivo dopo le domande che mi ha posto il lettore.

Valerio

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Gentile Prof. Melandri,

la contatto per porle un quesito nella speranza che mi possa consigliare la strada da intraprendere.

La contatto nella veste di portavoce della giovane Associazione italiana […]. L’ […] è una malattia rara che provoca malformazioni all’apparato uro-genitale fin dalla nascita.

L’associazione in pochi mesi di attività è riuscita a perseguire ottimi risultati come incontri nazionali che raccolgono decine di malati di […] ed i loro familiari; ma anche l’inserimento nella lista delle malattie rare del Ministero (in realtà ancora in fase di conclusione).

Come tutte le associazioni è arrivata al momento di non riuscire a far fronte alle crescenti spese e costi e per questo motivo si sta interrogando sui modi in cui poter raccogliere fondi.

L’assemblea dell’Associazione ha individuato nella periodica autotassazione e nell’ assunzione di un fund raiser le due strade percorribili.

Le scrivo per chiederle consiglio sulla seconda di queste.
L’associazione vorrebbe poter assumere un fund raiser con uno stipendio contenuto e potergli riconoscere una provvigione sui fondi raccolti. Questa esigenza è posta dal fatto che non ci sono soldi in cassa (ma solodebiti) per poter fin dall’ inizio garantire uno stipendio congruo.

In un precedente scambio di email lei (insieme a Francesco Santini) già mi illustraste la delicatezza di lavorare a provvigioni e la non eticità del farlo quando io vi chiesi come muovermi nel propormi come fund raiser.

Non essendo oggi nelle condizioni di poter farlo per l’Associazione dell’ […] le chiedo consigli per orientare la loro scelta:

– è pensabile muoversi in quella direzione dando per assunta la non eticità?
Non ci sono leggi che vietano di assumere fundraiser da pagare a percentuale. L’associazione italiana dei fundraiser sconsiglia, ma non vieta, l’uso di questa tecnica di remunerazione. Il mio parere già lo sa e dunque io non glielo consiglierei sicuramente.

– esistono contratti come quello sopra descritti?
Non esiste un contratto di categoria, è sufficiente prendere spunto immagino da contratti di altri professionisti di altri settori remunerati in parte a percentuale (rappresentanti di commercio)

– tramite quali canali potrei cercare un fund raiser (lei ha qualche studente interessato?)?
Gli studenti del Master sono già tutti impegnati in stage. Altri canali dove trovare fundraiser sono quelli di mettere un annuncio su Vita Lavoro.

– quali sono i tempi tecnici minimi di un fund raiser per riuscira a portare a pieno regime l’attività di fund raising?
A questa domanda è impossibile rispondere. Dipende da talmente tanti fattori: sicuramente comunque non in un solo anno. Direi minimo tre anni.

– quali possono essere le alternative per poter fare subito cassa (prestiti)?
Non glieli consiglio assolutamente, specialmente se avete già dei debiti.

– considerando che l’Associazione non ha una sede e gli associati sono in tutta italia dove sarebbe più strategico cercare il fund raiser (vicino al prsidente che al momento è l’incaricato delle PR oppure in città come Roma e Milano per motivi di opportunità)?
Vicino a chi può controllare direttamente l’attività svolta dal fundraiser.

Grazie per il tempo che vorrà dedicarmi.

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valerio melandri

Autore, consulente, speaker e formatore sul fundraising.
Questo significa che scrivo, consiglio e parlo di fundraising dalla mattina alla sera, aiutando le organizzazioni nonprofit a raccogliere più fondi. Vivo in Italia ma insegno, faccio consulenza, o parlo a convegni anche all’estero.

2 Comments

  1. Egregio , bentornato. Come è andata a Berlino?
    Poco da commentare rispetto alla mail riportata qui sopra, purtroppo spesso la voce fund raising, nei bilanci e nei budget delle ANP, compare solo nella sezione sinistra, quella delle “entrate”, mai in quella destra delle uscite (alla voce “investimenti”).
    Ci hanno insegnato che un imprenditore, tra le altre caratteristiche, deve avere una certa propensione al rischio, questo vale anche per gli “imprenditori sociali”, dalle certezze non arrivano quasi mai grandi risultati.

    Coraggio!!!

  2. Caro Valerio, per pura combinazione in queste ore è in pubblicazione sul sito http://www.professionetica.it un articolo scritto a quattro mani da me e da Francesca Zagni, vice presidente di ASSIF, il cui titolo è “Compenso in percentuale? No grazie”. In esso è ripreso e commentato il paragrafo del codice etico di ASSIF che tratta il tema della remunerazione del fundraiser di cui riporto uno stralcio: “…il socio ASSIF ha la facoltà di proporre ed accettare remunerazioni che, oltre ad una base fissa, prevedano anche una componente variabile collegata alla performance realizzata. Le componenti variabili della remunerazione (bonus o premi) legate al conseguimento o superamento degli obiettivi di raccolta devono essere definite in via preventiva e di comune accordo tra il socio e l’ente beneficiario. I soci ASSIF scoraggiano proposte di collaborazione che non prevedano una minima base di compenso e che introducano sistemi di remunerazione variabili, espressi come percentuale delle donazioni o dei donatori.” La piccola ma intraprendente associazione che si è rivolta a te potrebbe dunque adottare una soluzione mista, che preveda una base di compenso fisso e una parte mobile, con bonus e/o premi concordati a priori, legati a obiettivi certi e verificabili. Per altri commenti rimando all’articolo di cui sopra, che uscirà anche domani, nella newsletter ProfessionEtica, evitando di dilungarmi oltre. Grazie e buon lavoro, Beppe

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