Anarchia…

Ricevo questo commento sul mio post precedente:

“(Oggi è il mio giorno di volontariato) come un giorno di volontariato? Non devi fare il volontario tutto l’anno?”

Io ho risposto cosi’, voi cosa direste?:
Caro Francesco Barnaba, è gia’ un po’ di tempo che insiste su questi concetti,  Per certi aspetti io condivido il suo punto di vista. Anche io come lei, odio gli sprechi, odio la burocrazia, odio le organizzazioni nonprofit che non sono efficienti e che sprecano denaro, odio le organizzazioni a cui si dona 100 euro e che ne usano 90 per le spese generali. Uno degli aspetti principali del mio lavoro è proprio quello di rendere le organizzazioni più efficienti, piu’ efficaci, migliori. Da perfetto anarchico quale è, posizione che io ammiro profondamente, (io penso che ci siano solo due posizioni vere possibili dell’umano “l’anarchico” e il “religioso” che si assomigliano molto, perche sono i due estremi, uno combatte continuamente contro la realtà per la sua libertà, l’altro ama completamente la realtà per la sua libertà), lei insiste anche con me su concetti che appaiono polemici, ma che in realtà sono (almeno alla radice) ben piu’ profondi di quello che sembrano.

Mi sembra di sentirlo ripetere questo concetto:
Ma perchè tu che ti occupi di volontariato, ti fai pagare? Approffitti del nonprofit!!
Ma perchè voi che vi occupate di nonprofit non fate quello che fate gratis?chi ha una risposta e si sente interepellato si faccia avanti

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valerio melandri

Autore, consulente, speaker e formatore sul fundraising.
Questo significa che scrivo, consiglio e parlo di fundraising dalla mattina alla sera, aiutando le organizzazioni nonprofit a raccogliere più fondi. Vivo in Italia ma insegno, faccio consulenza, o parlo a convegni anche all’estero.

7 Comments

  1. Ciao,
    molto spesso si crede che operare per il nonprofit significhi essere solo ed esclusivamente volontariato. Visione molto riduttiva della realtà !
    Non sono un fundraiser, ma realizzo consulenze per ONP e per il sottoscritto il
    nonprofit è prevalentemente un mercato. Tuttavia, per molte ONP realizzo consulenze non retribuite, che amo definire donazioni. Da questi lavori non mi aspetto nulla in cambio neppure che un giorno mi commissionino una consulenza; gli dono un lavoro perché credo nella loro causa e perché mi sento di farlo !
    Non capisco la polemica! Se il Prof. Melandri percepisce un reddito dal suo lavoro non c’è nulla di strano; anzi ritengo che sta discussione/polemica sia una gran perdita di tempo. Prof ! Non fossilizziamoci su ste discussioni e dedichiamoci a discussioni più produttive.
    Ciao
    D

  2. Se il discorso è questo, anche un medico “approfitta” della malattia del paziente, l’idraulico del tubo che perde….e così all’infinito.
    Lavoro per il Non profit come consulente ma anche come volontario e francamente non ho mai pensato di rubare il pane a nessuno. Se potessi vivere di rendita e fare il mio lavoro senza chiedere un euro, sarei felicissimo…ma il mio zio ricco è ancora vivo.
    Quello che ho letto è il discorso di chi non si rende conto del lavoro che facciamo…per fortuna, siamo tutti necessari ma nessuno è indispensabile.

  3. Ma perchè voi che vi occupate di nonprofit non fate quello che fate gratis?

    Perchè qualcuno si fida di noi e crede che quello che facciamo vada fatto al meglio e quindi serva motivazione, tempo e preparazione.
    Questo qualcuno si chiama donatore.

  4. piu’ che altro bisognerebbe mettere dei limiti, dei paletti. Perchè nelle onlus si puo’ trovare sia personale profit, come nel caso di mediatori e consulenti, che sono li’ per guadagnare, e sia non profit, come i volontari, che lo fanno per aiutare il prossimo senza pretendere un tornaconto. Si può fare sia l’uno che l’altro, è giusto che nel terzo settore ci siano stipendiati e consulenti che lo fanno per pagarsi l’affitto ed è anche giusto che ci siano volontari che lo fanno per aiutare il prossimo, senza volere niente in cambio. Quello che non si può fare è essere sia l’uno che l’altro, o si è profit o si è non profit.
    Perchè altrimenti va a finire che le agevolazioni pensate per i volontari non profit, come la possibilità di ricevere lasciti testamentari ed eredità oppure gli sgravi fiscali, diventano accessibili a persone che lo fanno per guadagnare, con il risultato che poi questi lasciti non arrivano a poveri ed emarginati ma rimangono nelle mani di questi approfittatori.
    Mancano regole chiare nel terzo settore: una potrebbe essere chi riceve donazioni e lasciti testamentari non deve percepire nessun reddito dalla sua attività di aiuto ad emarginazioni e povertà, compresi stipendio, rimborsi spese, eccetera. E viceversa se vuole essere pagato per la sua opera non può in nessun modo chiedere donazioni.

  5. Anche in questo caso, a parte alcune imprecisioni, mi sembra che quello che viene detto sia corretto. NOn si puo’ essere volontario e retribuito allo stesso punto. Non ci si puo’ nascondere dietro il nonprofit senza dichiarare che il proprio scopo profit. Io non faccio volontariato 24 ore al giorno. Io lavoro per il mondo nonprofit perchè questo è il mondo che conosco e perchè queso è quello che so fare. E tutte le volte che entro in un’organizzazione dichiaro apertamente che io lavoro retribuito. Alcune volte invece, dichiaro apertamente che non mi faccio pagare, ma il tipo di lavoro, la professionalità che ci metto, l’impegno e la passione sono esattamente gli stessi. IN un caso lavoro e sono retribuito nell’altro lavoro e non sono retribuito. Ma quello che piu’ mi convince è la posizione un po anarchica di Francesco Barnaba (se davvero si chiama così…). A me sono sempre stati simpatici i bastian contrari…perchè almeno ci provano….a lottare contro questo muro di gomma che è a volte la nostra consuetudine!

  6. Ciao Valerio, ho resistito finora a questo dibattito che non ritengo molto utile, anzi, credo ci faccia solo perdere tempo… ma è più forte di me, c’è una cosa che sento di dover dire:
    Coraggio! Possibile che non si riesca ad immaginare una situazione in cui profit e non profit (e aggiungo io anche la pubblica amministrazione) possano non solo coabitare, ma addirittura (pensa un po’) collaborare????
    Ma fino a che punto siamo ingabbiati culturalmente ed intellettualmente per non poter immaginare modalità di operare diverse da quelle che un il modello di organizzazione della nostra comunità ha finora adottato e che (soprattutto in questi ultimi mesi) ha dimostrato tutti i suoi evidenti limiti.

    Chi l’ha detto che non profit è buono per definizione e profit non è cattivo in quanto tale? Ma decidiamo o no di uscire da questa dicotomia che è solamente culturale???

    Proprio non ce la facciamo ad avere un po’ di fiducia nel genere umano e nel fatto che siano possibili forme e modelli di organizzazione diversi da quelli che abbiamo finora sperimentato e che possano esistere persone che agiscono secondo interessi che non sono esclusivamente monetari???

    Ma siamo al punto in cui se uno fa volontariato un giorno della sua vita, anzichè questo gli venga riconosciuto, deve giustificare perchè gli altri giorni non lo fa???

    Vediamo di rimettere le cose un pochino al proprio posto. Ma il volontariato, si misura in quantità?

    Non sarebbe forse meglio motivare il perchè si fa del volontariato e non perchè non lo si fa, lo troverei più costruttivo e anche un po’ più intelligente e di pubblica utilità.

    Il tutto mi sembra molto riduttivo, per nulla flessibile e mi fa pensare che chi afferma cose di questo genere sta cercando all’esterno sicurezze che non trova dentro di sè: un volontario convinto non si preoccupa del perchè gli altri fanno o non fanno, ma riserva le proprie energie per la soluzione di questo o quel problema, si preoccupa di rendere efficacie la propria azione e questo gli basta.

    Il fatto poi che queste discussioni provengano quasi sempre da operatori nonprofit da un lato mi intristisce parecchio, poi mi fa incazzare perchè invece di far qualcosa di buono tocca spendere il tempo per parlarsi addosso, ma mi fa capire quanta strada dobbiamo ancora fare e quanto lavoro ci sia ancora da svolgere….

    Mi permetto solo di segnalare due testi che sto leggendo in questo periodo e che mi stanno aiutando ad aprire un pochino la testa e ad immaginare cose diverse:

    Homo Consumens di Z. Bauman ed. Erickson e Oltre l’homo oeconomicus di L. Becchetti ed. Città Nuova.

    Perchè come diceva Albert Camus: “Perché il pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime.”

    Ed ora al lavoro!!!

    Ciao Valerio, scusa lo sfogo e grazie per l’ospitalità.

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