Il volontariato aziendale..

Questo, si potrebbe chiamare volontariato aziendale. Ed è un idea semplice, semplice, e che funzione molto bene, almeno nei paesi anglosassoni. Ricordo che quando ero negli Stati Uniti, feci uno stage alla Merril Linch (la banca d’affari che ha avuto tanti problemi in questa crisi e che stava di ufficio nelle due Torri abbattute dagli aerei), e lì era la prassi il volontariato aziendale, anche all’interno dell’orario di lavoro. Arriverà anche in Italia? Ecco quanto riporta un giornale questa mattina.

“Voglio che della mia azienda si parli bene”. In fin dei conti sta tutta qua la decisione di Davide Canavesio, classe 1971, amministratore delegato della Saet, azienda torinese impegnata nella progettazione di impianti su misura per il trattamento termico a induzione, di liberare il lavoro e convertirlo, in una piccola quota, in una azione di volontariato. Ciascuno dei 250 dipendenti della filiale italiana (secondo stabilimento in India) ha cinque ore di permesso mensile, tre delle quali retribuite dall’azienda. Permesso utilizzabile e scaricabile dal monte ore. Spendibile però solo come un voucher sociale. Quel tempo si può utilizzare per destinarlo in due progetti di sostegno sociale: il primo rivolto ai bambini down; il secondo alle famiglie in difficoltà. “La mia azienda segna un più nel suo fatturato e anche quest’anno avremo le nostre soddisfazioni. La crisi non l’avvertiamo, di cassa integrazione non se ne parla. Perciò mi son detto: ecco, questo è il momento di fare una cosa strana”.

Canavesio è giovane e indubitabilmente ottimista: “Quando lavoravo a Londra ho avuto modo di seguire alcune attività sociali supportate dall’azienda. Ho sempre apprezzato questo tipo di impegno, poiché l’età media di chi pratica volontariato è tendenzialmente al di sotto dei 25 anni, e al di sopra dei 60. Quando lavori e magari hai anche una casa e una famiglia di cui occuparti, è impossibile trovare il tempo per fare altro. E allora, ecco: un po’ di tempo te lo regalo io. Esci prima dalla fabbrica a patto che non te ne torni subito a casa. La sfida è stata proprio quella di introdurre questo progetto innovativo rischiando di essere frainteso da dipendenti e sindacati e di essere considerato pazzo. In effetti quando sono andato all’Unione industriali a illustrarlo hanno sgranato gli occhi: “Le costerà un sacco di soldi. E proprio adesso lei…”. Proprio adesso, sì. Ero pronto a retribuire tutte e cinque le ore di lavoro dedicate al volontariato. Ma i sindacalisti mi hanno detto: “Lei ne paga tre; due le consegna al lavoratore. Sono disponibili e utilizzabili ma non vengono pagate. Così è più giusto ed anche più serio”.

Così è stato. “Credo fermamente nella dimensione sociale dell’imprenditoria e in più voglio che le persone che lavorano in Saet siano orgogliose della loro azienda. Conto di recuperare la spesa aziendale per la retribuzione di tutte queste ore liberate e sottratte al lavoro con l’entusiasmo e la motivazione. Secondo me è una spesa utile. Di Saet se ne parlerà bene e io sarò felice”.

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valerio melandri

Autore, consulente, speaker e formatore sul fundraising.
Questo significa che scrivo, consiglio e parlo di fundraising dalla mattina alla sera, aiutando le organizzazioni nonprofit a raccogliere più fondi. Vivo in Italia ma insegno, faccio consulenza, o parlo a convegni anche all’estero.

3 Comments

  1. Nella mia azienda, ABB, promuoviamo da anni il volontariato d’impresa, dando la possibilità ai dipendenti di partecipare ai programmi di volontariato a favore dei partner non profit dell’azienda.
    Le persone partecipano in permesso retribuito secondo le esigenze del programma. I partner con cui sviluppiamo queste iniziative sono UNICEF, AVSI, Special Olympics, Junior Achievement, AISM.
    A disposizione per approfondimenti,

    grazie per l’attenzione e per l’interessante lavoro che svolge.

    Francesca Federigi
    Sustainability Manager Assistant

  2. che bello ricevere questo commento! se avete altre esperienze mi interessa molto raccoglierle e farle conoscere a tutte! raccontate anche le vostre esperienzedi successo e insuccesso

  3. In Italia si può fare raramente credo perchè sarebbero troppi i dipendenti che se ne approfitterebbero. Delle due bisognerebbe cambiare la legge che riconosce ferie a chi fa protezione civile (pagate dalla protezione civile all’azienda) e non a chi fa attività di pari merito, come l’educazione giovanile

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