Il fundraising e la “questione omosessuale”…

ono Gian Mario Felicetti, da più di due anni coordino una campagna nazionale, “Affermazione Civile”, sostenuta esclusivamente dal lavoro di volontari, come l’associazione radicale “Certi Diritti” e la rete di avvocatura LGBT “Rete Lenford”.
Grazie alla campagna di Affermazione Civile, è imminente una sentenza della Corte Costituzionale in merito al riconoscimento del matrimonio civile tra persone dello stesso sesso.
Sarebbe importante riuscire a sensibilizzare l’opinione pubblica in modo corretto e non solamente attraverso la lente distorta dell’informazione, che tende sempre ad evidenziare prederie ed eccessi che non corrispondono alla realtà.
Per questo stiamo capendo che c’è bisogno di un’opera di raccolta fondi, probabilmente siamo già in ritardo, ma meglio tardi che mai.
Sinceramente gradirei un vostro parare, anzi due.
1) Come mai in Italia non ci sono donor nei confronti di chi si impegna per i diritti civili delle persone gay e lesbiche e transessuali? Da parte di persone non professioniste ricevo risposte del tipo “Colpa del Vaticano” oppure “Perché le associazioni gay non sono credibili”. Spero che la vostra risposta – se vorrete darmela – sarà più concreta e lontana dai postulati.
2) Esistono persone che hanno competenze di fundraising e che sarebbero felici di mettere la loro professionalità su base di volontariato per la causa dei diritti civili di persone gay, lesbiche e transessuali (ma non solo, anche per gli etero, non stiamo qui a ghettizzarci…)? Sapete dirci se ci sono canali privilegiati attraverso i quali riuscire a contattarli, oppure tutto passa attraverso i contatti personali?
3) Esistono, secondo voi, dei potenziali donatori desiderosi di contribuire alla causa dei diritti civili in Italia, anche per gay, lesbiche e transessuali (ma non solo, anche per gli etero, non stiamo qui a ghettizzarci…)? Se sì, potreste/vorreste aiutarci a contattarli e presentare i nostri progetti?
Come capite dalle mie stesse domande, siamo totalmente nuovi a questo mondo, ma sentiamo che è importante cercare di rivolgerci al mondo della filantropia, non solo per ricevere donazioni, ma anche – e soprattutto – per aprire la “questione omosessuale” a tutta la società civile, perché i diritti civili non sono mai a compartimenti stagni…

Ricevo una email in cui l’oggetto è: “il fundraising e la questione omosessuale”. La riporto così come mi è arrivata, non prima di aver commentato che secondo me NON esiste una “questione omosessuale e il fundraising”. Può esistere semmai una questione dei diritti affettivi delle persone (che siano omosessuali o meno).

Ma anche su questo ho qualche dubbio, poichè io penso – e la cosa non è  “questione” – che conviventi omosessuali (o di qualunque altra tendenza) possano sempre (e vadano anche sostenuti!) ricorrere, come ogni cittadino, al diritto comune per tutelare diritti o interessi nati dalla loro convivenza, ma allo stesso tempo credo che un rapporto affettivo non costituisce “di per se” titolo sufficiente per ottenere riconoscimento civile…, ma la questione esula dal fundraising. Io vorrei parlare di fundraising.  Vediamo cosa ci dice Gian Mario Felicetti:

Caro Melandri,

Sono Gian Mario Felicetti, da più di due anni coordino una campagna nazionale, “Affermazione Civile”, sostenuta esclusivamente dal lavoro di volontari, come l’associazione radicale “Certi Diritti” e la rete di avvocatura LGBT “Rete Lenford”. Grazie alla campagna di Affermazione Civile, è imminente una sentenza della Corte Costituzionale in merito al riconoscimento del matrimonio civile tra persone dello stesso sesso.  Sarebbe importante riuscire a sensibilizzare l’opinione pubblica in modo corretto e non solamente attraverso la lente distorta dell’informazione, che tende sempre ad evidenziare prederie ed eccessi che non corrispondono alla realtà.  Per questo stiamo capendo che c’è bisogno di un’opera di raccolta fondi, probabilmente siamo già in ritardo, ma meglio tardi che mai. Sinceramente gradirei un vostro parare, anzi due.

1) Come mai in Italia non ci sono donor nei confronti di chi si impegna per i diritti civili delle persone gay e lesbiche e transessuali? Da parte di persone non professioniste ricevo risposte del tipo “Colpa del Vaticano” oppure “Perché le associazioni gay non sono credibili”. Spero che la vostra risposta – se vorrete darmela – sarà più concreta e lontana dai postulati.

2) Esistono persone che hanno competenze di fundraising e che sarebbero felici di mettere la loro professionalità su base di volontariato per la causa dei diritti civili di persone gay, lesbiche e transessuali (ma non solo, anche per gli etero, non stiamo qui a ghettizzarci…)? Sapete dirci se ci sono canali privilegiati attraverso i quali riuscire a contattarli, oppure tutto passa attraverso i contatti personali?

3) Esistono, secondo voi, dei potenziali donatori desiderosi di contribuire alla causa dei diritti civili in Italia, anche per gay, lesbiche e transessuali (ma non solo, anche per gli etero, non stiamo qui a ghettizzarci…)? Se sì, potreste/vorreste aiutarci a contattarli e presentare i nostri progetti?

Come capite dalle mie stesse domande, siamo totalmente nuovi a questo mondo, ma sentiamo che è importante cercare di rivolgerci al mondo della filantropia, non solo per ricevere donazioni, ma anche – e soprattutto – per aprire la “questione omosessuale” a tutta la società civile, perché i diritti civili non sono mai a compartimenti stagni…

Risposta:

Questo è il classico caso che mi permette di ridire con forza quanto il “fundraising sia il servo del nonprofit”. Lo ripeto: il fundraising è soltanto il “servitore” del nonprofit e non il suo padrone. Il nonprofit esiste perchè ci sono buone cause che qualcuno persegue. Il fundraising non è creato per “giudicare” la causa, è nato per servirla. Una buona causa può essere buona per me e pessima per un altro, e viceversa. Non conta, e soprattutto non è la misura dell’apporto, non è il conto di “quante persone” la sotengono che fanno dire se è buona. La storia è piena di grandi cause perseguite da pochissime persone e di piccole cause perseguite da tantissime persone. Per cui la mia risposta è semplice:

1. Il principale motivo per cui la gente dona è perchè qualcuno glielo chiede. Ritengo che il motivo per cui una causa, per quanto piccola, grande, ambigua, o palese, non abbia successo in termini di fundraising derivi dal fatto che non c’e’ nessuno che si è messo a fare il lavoro del fundraiser in modo professionale. Le associazioni dei gay “non sono credibili”? Non lo so, può darsi! Ma non è questo il punto, perchè il lavoro del fundraiser è in parte anche quello di rendere (oserei dire: forgiare) la causa FUNDERIZZABILE, cioè pronta per il fundraising. E se un’associazione non è credibile, il lavoro del fundraiser sarà quello di renderla credibile, cambiandola da dentro.

2- alla domanda due, dico ovviamente sì. Magari non è il mio vicino di casa, magari non è chi mi sta vicino, magari devo cercarlo (prospect research) ma c’e’ qualcuno, perbacco se c’e’ qualcuno! Ma questo fa parte del lavoro del fundraiser. Non saprei al momento quali sono i canali privilegiati, ma non penso davvero sia difficile, basta guardarsi un po’ intorno.

3- come sopra, esistono, va cercato. Chi sono i  migliori potenziali donatori di un ospedale, gli ex pazienti che hanno avuto un buon trattamento. Chi è stato aiutato dalla vostra azione in passato? Chi sarà aiutato dalla vostra azione? Il gioco è tutto qui: quali impatti avrà la vostra azione, su chi impatta? Basta cercare quelli e troverete i donatori.

Infine sull’ultima osservazione, sono d’accordo con lei. Il fundraising è molte volte quella particolare azione sulla società che genera anche sensibilizzazione…ma che sia chiaro: una raccolta di fondi che ha generato solo sensibilizzazione è una campagna andata male…se il problema è la sensibilizzazione non cercate fundraiser, ma lobbisti…il che è parte del lavoro del fundraiser ma non ne è lo scopo.

E voi cosa dite? VM

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valerio melandri

Autore, consulente, speaker e formatore sul fundraising.
Questo significa che scrivo, consiglio e parlo di fundraising dalla mattina alla sera, aiutando le organizzazioni nonprofit a raccogliere più fondi. Vivo in Italia ma insegno, faccio consulenza, o parlo a convegni anche all’estero.

2 Comments

  1. Ciao Valerio, tema interessante quello posto da Gian Mario e mi sento di condividere la tua risposta in pieno. Aggiungo solo un aneddoto vissuto in prima persona. Due anni fa, in occasione di una attività di formazione in una città veneta, una ragazza in aula mi chiese più o meno la stessa cosa di Gian Mario: “si può fare fund raising per progetti di associazioni che si occupano di diritti di omosessuali?” Io risposi più o meno come Melandri, ma questa ragazza non fu del tutto soddisfatta della risposta e quindi incalzò un pochino dicendomi di essere più preciso, perche il suo consiglio direttivo faceva un po’ di pressione circa i limitati risultati dell’attività di raccolta fondi…. a questo punto mi tornò in mente quella regolina delle 3G imparata da Valerio qualche anno fa: Give, Get o Get out….le chiesi quanti di quelli della sua associazione e/o del consiglio direttivo avevano già effettuato la loro donazione a sostegno del progetto…. la risposta fu: “Nessuno”.

    Non so se questo possa essere utile, ma sicuramente può essere un inizio…..bisogna fare attenzione ai donatori… sono dappertutto!!!

    In bocca al lupo.

    luciano

  2. Concordo pienamente con le risposte di Valerio.
    Durante una sessione della scuola di politica del partito radicale, mi fu fatta la stessa domanda che è stata rivolta a Luciano e la mia risposta fu molto simile. Se ricordo bene, era un consigliere del Circolo Mario Mieli di Roma.
    Non penso che, in generale, per la questione gay o LGBT in Italia si siano mai fatte campagne nazionali di raccolta fondi o di ricerca volontari e quindi i precedenti sono inesistenti.
    Il bel film “milk” offre sicuramente spunti interessanti (organizzazione di campagne, passaparola, stategie, ecc) almeno per una prima riflessione sul tema. Oppure si dovrebbe guardare all’estero (Stati Uniti d’America, UK), dove gli attivisti sono meglio organizzati.
    Buon lavoro!
    Raffaele

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