Basket, Knicks, New York e il perdono…

E’ il fine settimana, una bella occasione per godersi i Knicks dal vivo, la squadra di pallacanestro di New York. Ma ahimè non naviga in grandi acque quest’anno. Tutt’altro. “The Knicks suck” è la frase che si sente e che si legge: “I Knicks sono vergognosi” (…una traduzione un po’ educata). Negli anni 70/80 il Madison Square Garden (ovvero il palazzetto dello sport di New York) era uno di quei posti magici dove i padri portavano i figli e tutti, a prescindere dalla classifica si tifava sempre e solo Knicks. In quegli anni ci sono state squadre grandi, medie, alcune volte anche pessime, ma mai “vergognose” come quella di quest’anno. Dirigenza incapace, giocatori svogliati, continui errori di comunicazione con la stampa, chaos organizzativo.

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Ma nonostante questo il Madison non ha posti liberi. Uno spettacolo il palazzetto (20000 persone in foto!). Sì, qualche spettatore esce dopo i primi due quarti e preferisce, tornare a casa, piuttosto che vedersi lo strazio di una squadra che non lotta, non sanguina, ma che accetta di perdere di 30 punti come una semplice giornata storta, ma tre giorni dopo è lì di nuovo a sperarci. Il numero degli acquisti di merchandise (magliette, cappellini, etc) non cala, i likes di facebook, e il numero di follower di twitter è in costante aumento. In un popolo di infedeli e incostanti giocherelloni, come quello americano, il tifo per i Knicks è, e rimane fedele. Sì è vero, “they suck” ma sono i Knicks. E i newyorchesi tifano Knicks. Si va avanti, con lo stesso allenatore, la stessa squadra, salvo rinforzi, gli sponsor non mollano, fino a fine anno. E poi si riparte.

Questa è la differenza: non ci sono cambi di allenatore o capri espiatori facili per compiacere il popolo dei tifosi. In America se mi fai giocare, e mi dai una responsabilità, devi darmi la possibilità di fare la mia partita fino in fondo. Poi al termine faremo i conti. E chi ha sbagliato paga. E probabilmente non sarà più allenatore. Mai più. Saggezza (e rischio) del sistema maggioritario e meritocratico, che costringe a governare, fino in fondo, e ad essere il solo responsabile dei propri atti. Onori e oneri. Niente scuse.

E così come stanno di fronte allo sport, gli americani, stanno di fronte a tutto nella vita. Il loro atteggiamento è lo stesso. Mi spiego.

La società americana ha un’idea fortemente sviluppata del winner (vincente) e del  loser, il perdente. Il perdente è molto più chi arriva secondo, di chi arriva ultimo. Perchè chi arriva ultimo è una minoranza da difendere, chi è secondo ha perso, pur avendo avuto la possibilità di vincere, e quindi è di meno. Per noi Gimondi (l’eterno secondo di Merckx) o Bartali (l’eterno secondo di Coppi) sono, senza discussioni, grandi campioni. Per loro no.

John Starcks, l’ala dei Knicks (la squadra di basket di New York), in dieci anni di onorata carriera ha sbagliato una partita (la finale di tanti anni fa). Lui giocò male, i Knicks persero partita e campionato. Da quel momento in tutti gli articoli, in tutti i resoconti, ogni volta che si parla di Starcks, anche se ha giocato bene, viene sempre citato quell’episodio. Starcks è un “di meno” per sempre, è uno che “vale di meno”, è un debole, è un perdente. E così Greg Normann, il giocatore di golf. È arrivato secondo una volta, stava vincendo, ha perso la testa. Adesso è un perdente per sempre. Ma l’esempio più clamoroso sono i Buffalo Bills: tre volte in finale di Football, tre volte battuti. Non conta che siano stati per tre volte meglio delle altre 51 squadre del campionato, conta solo che sono stati peggio di 1 squadra.  E così è nella vita. Se sbagli un esame, anche solo perchè quella mattina stavi male, sei un perdente, sei un loser, vali di meno nella stessa essenza della tua persona. C’è chi è di più perchè vince e chi è di meno perchè perde. Ed il marchio è indelebile.

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valerio melandri

Autore, consulente, speaker e formatore sul fundraising.
Questo significa che scrivo, consiglio e parlo di fundraising dalla mattina alla sera, aiutando le organizzazioni nonprofit a raccogliere più fondi. Vivo in Italia ma insegno, faccio consulenza, o parlo a convegni anche all’estero.

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