5 Novembre 2018

Chi è una fundraiser di successo

Le Storie degli Alumni del Master in Fundraising. Dal 2002 ad oggi…

Durante tutta la mia vita professionale mi è capitato troppo spesso di conoscere fundraiser bravissimi che non raccontavano MAI ai donatori di sè. E invece molti hanno storie incredibili e toccanti. Vicende di ragazzi e ragazze che si sono messi di impegno e hanno scelto di essere un fundraiser, per cambiare il mondo e la loro vita.

Nel 99% dei casi non lo sa NESSUNO. Eppure sono racconti che farebbero innamorare persone, scatenando passaparola e attirando nuovi estimatori del mondo del fundraising.
Il passaparola si scatena attraverso le storie. Le persone NON vogliono sentire racconti di statistiche, dati, luoghi. Al contrario, amano gli aneddoti, le favole, gli episodi particolari.

Da oggi inizio una rubrica di racconti speciali, di belle storie che meritano di essere raccontate, per farvi capire chi è il fundraiser nella vita di tutti i giorni:
sono le storie degli Alumni del Master in Fundraising. Studenti che ho conosciuto in aula e che – con grande orgoglio – posso dire oggi che sono dei veri e propri talenti.

Iniziamo da Virginia Tarozzi
Classe: Master in Fundraising 2006 – IV edizione
Oggi: Lead Strategist & Fondatrice THE TIN CAN COLLECTIVE LONDON


Indice

Chi è Virginia Tarozzi
Cosa vuol dire occuparsi di raccolta fondi
Incomprensioni sulla professione del fundraiser
7 ragioni per amare il lavoro del fundraiser


Chi è Virginia Tarozzi

Mi accorsi subito che Virginia era un “talento”.
Aveva un carisma particolare, gentile e decisa, amicale, ma legata agli obiettivi.
E si faceva seguire da tutti, tanto che diventò subito un riferimento importante nella classe.

Finito il Master in Fundraising 2005, le chiesi di fermarsi a Forlì per coordinare il Master in Fundraising nei due anni a seguire, fino a che non trovasse la sua vera “vocazione professionale”.
A un certo punto decise. Con coraggio e determinazione di partire per l’estero, prima Dublino (bellissime erano le pagine nel suo blog, di racconto e confronto fra realtà italiana e irlandese di fundraising) poi Londra.

Ha iniziato la sua carriera nel team di Oxfam Ireland’s Supporter Care, portando precisione e capacità analitiche nella gestione del sistema CRM dell’organizzazione. Da allora, ha ricoperto ruoli di fundraising, marketing, digitale e comunicazione per diverse organizzazioni non profit. Nel 2014 è entrata nel mondo della consulenza e ha unito il suo amore per la ricerca, la creatività e la scrittura per raccontare storie per alcune delle più interessanti organizzazioni di beneficenza britanniche.

Oggi ha fondato The Tin Can Collective, un network di freelance specializzati in strategia digitale e contenuti, direct marketing, design, copywriting, che lavorano su progetti, per garantire la comunicazione e l’allineamento creativo con gli obiettivi organizzativi e catturare il pubblico.
Ha i numeri Virginia! Persona da conoscere! Per come conosco Virginia, è davvero “naturale” per lei la tendenza ad esplorare opportunità e a sviluppare contatti – quindi non siate timidi, sentitevi liberi di mettervi in contatto con lei su Linkedin o sul sito della sua agenzia, ne sarà contenta.

Cosa vuol dire occuparsi di raccolta fondi

Dal racconto di Virginia Tarozzi
Londra, 11 maggio 2016

 

IL FUNDRAISING E LE CHIACCHIERE DA BAR

Quando racconto ad altri che lavoro per un’organizzazione nonprofit, magari a cena a casa di amici, o aspettando di ordinare una birra ad un bar, ottengo due effetti molto diversi a seconda della persona che mi trovo davanti.

IL GENITORE ORGOGLIOSO

La prima tipologia di persona é quella del “genitore orgoglioso”. La persona – maschio o femmina che sia – nel momento in cui dichiaro che mi occupo di raccolta fondi per una nonprofit, si sorprende ed assume uno sguardo nuovo, quasi di ammirazione mista a gratitudine. Mi racconta che una volta anche lui (o lei) ha partecipato ad una vendita di torte per un’organizzazione per raccogliere fondi, che dona regolarmente, che ha fatto volontariato in passato e sta pensando di farlo di nuovo. Mi elogia, dicendo quanto sia ‘bello’ che io mi occupi di “far del bene”. E se si tratta di una persona con un po’ di sfacciataggine, tirerà fuori quello che realmente sta pensando, ovvero mi chiederà com’è possibile che io riesca a permettermi di vivere a Londra senza essere pagata, con quello costano gli affitti ed i trasporti.

IL CACCIATORE DI IPOCRISIE

La seconda tipologia è il “cacciatore d’ipocrisie”. Sorride cordialmente, ma con un filo di malizia – e a quel punto so già cosa mi aspetta. Con gentile distaccamento, anche lui mi dice “Che bello!” e racconta che dona quando può e ha fatto volontariato diverse volte. Magari che preferisce dare al senzatetto in strada piuttosto che ad un’organizzazione. Si giustifica il più possibile, spaventato che io non aspetti altro che l’occasione di esprimere giudizi o di chiedergli soldi. Ma poi parte all’attacco. Il mio interlocutore assume gradualmente un tono da Striscia la Notizia e mi racconta che ha letto sul Corriere che la maggior parte delle donazioni destinate ai paesi in via di sviluppo va a finire, in realtà, nelle tasche dei governi locali. Mi racconta che ha sentito dire da un suo amico che le persone che ti fermano per strada per chiederti donazioni sono addirittura pagate, e che ricevono bonus se reclutano donatori. Che continuamente riceve telefonate e lettere da parte organizzazioni nonprofit, e che sarebbe meglio che spendessero i soldi a fare, ancora una volta, ‘del bene’. Che il Segretario Generale di tal organizzazione è strapagato, lo ha detto Striscia. E così via.

DISPERATA DIFESA

In entrambi i casi, mentre sorseggio quella birra al bar dopo lavoro o nel weekend, metto per un attimo da parte il mio sincero desiderio di svago e faccio un respiro profondo. Con calma, cerco di spiegare che servono conoscenza, abilità e professionalità per garantire ad un organizzazione di  fare ‘del bene’ nel lungo termine. Racconto quanto sia importante il ruolo dei fundraiser di strada, e quanto sia difficile il loro lavoro. Che per quanto i volontari siano essenziali, non possono certamente sostituire lo staff pagato. Mentre parlo, so che dall’altro lato in questo momento c’è solo uno specchio, il quale sta riflettendo la mia disperata difesa di una professione in cui credo. Lo vedo chiaramente nei suoi occhi che poco o niente è assimilato di quel che sto dicendo. Non è colpa sua; è cresciuto con convinzioni non corrette, e posso solo sperare che una piccolissima percentuale di quel che sto dicendo arrivi a toccare la sua coscienza ed il suo intelletto. Mentre parlo, immagino una piccola scintilla nel retro della sua mente, che si svilupperà piano piano fino a cambiare, un giorno, il suo intero approccio morale alla questione. Continuo raccontando che è necessario investire denaro per raccogliere più donazioni, e sono tentata di spiegare cos’è il ROI… ma mi fermo qui. Mi rendo conto che lo sto perdendo – lui è chiaramente alla ricerca di qualcuno alla sua destra che lo aiuti a spiegare il suo pensiero, che gli dia ragione con un altro esempio di un’organizzazione in cui il Segretario Generale ha fatto i suoi interessi a discapito della causa. E sono certa che mi ha già da un pezzo levato il bollino di ‘altruista’ che mi aveva assegnato in precedenza.

 

D’altronde, anche io sono in busta paga.

 

Sconsolata penso, tra me e me, al triste destino del fundraiser professionista, incompresa al lavoro, ma anche nel dopo lavoro; guardato di traverso da alcuni e messo sul piedistallo da altri – ma mai afferrato fino in fondo. In un momento di autocommiserazione, mi rendo conto ancora una volta che il fundraiser non è una professione ma, ahimè, una scelta di vita che si estende al di là dei muri del proprio ufficio ed oltre le sette di sera. Raccontare a qualcuno del proprio lavoro spesso significa essere giudicati sul piano morale ed emotivo, non intellettuale. Nel bene e nel male, non esistono molte altre professioni al mondo che possono vantare lo stesso effetto – forse il prete, l’operatore di cooperazione internazionale, il trafficante d’armi e poco ancora. Immersa nei miei pensieri esistenziali di fundraiser incompreso, faccio una battuta, emetto una risata isterica e cambio argomento, perche’ in fondo sono qui per divertirmi. E mi convinco che la prossima volta che qualcuno mi chiederà “Di che ti occupi?”, non esiterò e dirò semplicemente: “Mi occupo di Marketing”.

 

…è necessario investire denaro per raccogliere più donazioni

 

Incomprensioni sulla professione del fundraiser

In realtà, questo non succede mai. La storia si ripeterà, e io non potrò fare altro che dire ‘Mi occupo di fundraising per un’organizzazione nonprofit’. D’altronde, se non sono io la prima far capire come funziona il no-profit e perché il mio lavoro è importante, chi lo farà? Incomprensioni come quelle appena descritte purtroppo frenano il desiderio umano di cam biare il mondo e minano le cause di cui tutti siamo appassionati – fundraiser o meno. C’è una teoria oggi molto diffusa nelle alte sfere, nella politica e tra gli imprenditori sociali. In molti credono che sarà il capitalismo, e la crescita della ricchezza globale, a cambiare il mondo e renderlo un posto migliore. E che le imprese sociali faranno il resto. Può darsi che sia così. Ormai sappiamo bene che per molti versi mondo oggi sia migliore di quanto non lo sia mai stato. Le persone vivono più a lungo, una vita più sana. Molte nazioni un tempo considerate “terzo mondo” sono ora autosufficienti. I Paesi stanno uscendo dalla povertà ad un passo relativamente svelto, ed è innegabile che sia anche frutto dell’economia globale. Questo, tuttavia, non toglie il fatto che ci sarà sempre una percentuale della popolazione che rischia di rimanere indietro. I malati, gli emarginati, i disabili, chiunque sia svantaggiato o sfortunato. L’impresa sociale sicuramente riuscirà ad affrontare un gran numero di problemi, ma esistono tematiche per le quali non si possono usare le stesse unità di misura che vengono usate per i mercati. E sono quelle tematiche che necessitano amore, compassione, speranza. Come si fa a monetizzare questo? Ed è qui che il nonprofit e, quindi, il fundraising entrano in scena. Non è un’idea mia, ma di Dan Pallotta, celebre fundraiser statunitense, il quale aggiunge, “La filantropia è il mercato dell’amore. È il mercato per tutte quelle persone per le quali non esiste nessun altro mercato”. Il nonprofit entra in scena per creare un mondo un cui niente e nessuno venga tagliato fuori, un mondo che funzioni per tutti. E il fundraising ne è il motore.

 

…se non siamo noi a far capire come funziona il nonprofit e perchè il mio lavoro è importante, chi lo farà?

 

7 ragioni per amare il lavoro del fundraiser

Sono immersa nel mondo del fundraising da otto anni, in diversi ruoli e per diverse organizzazioni. Il tempo passa, e sono sempre più convinta di aver fatto la scelta giusta quando uscita dall’università ho deciso di dedicarmi allo studio del fundraising. E questo nonostante la mia famiglia ancora si chieda che mestiere faccio, i miei amici si chiedono perché sono dovuta andare via dal piccolo paesino in cui sono cresciuta tra le rotonde colline bolognesi, e gli sconosciuti al bar mi inquadrano prima ancora di conoscermi. Alla fine dei conti, nonostante le frustrazioni e le incomprensioni, non potrei fare nessun altro lavoro. Al prossimo incontro casuale, alla domanda “di che ti occupi”, vorrei dire che sono una fundraiser, e dare le seguenti ragioni.


Prima di tutto è un lavoro. Pagato.

Molto semplicemente, essere una professionista del fundraising paga le bollette, almeno nel mio caso. Il che significa che posso dedicarmi a fare del nostro pianeta un mondo migliore, ed essere pagata per farlo. Giornalisti irrequieti potranno estrapolare questa frase per dimostrare l’ipocrisia che si cela dietro le non profit, ma non credete a quel che dicono. Il fundraiser lavora con più determinazione e passione proprio perché sa che senza di lui la buona causa non può essere perseguita.


E’ anche una missione.

Ho cominciato la mia carriera combattendo contro ingiustizia e povertà. Ho poi continuato cercando soluzioni contro la malnutrizione in India e, dopodiché, ho aiutato scienziati a cercare una cura per la Sclerosi Multipla. Oggi difendo i diritti umani delle persone disabili nei Paesi in via di Sviluppo. Sono Superman e Ghandi, Martin Luther King e Cat Woman. Sono una fundraiser.


Ho a che fare con soggetti davvero speciali: i donatori.

Anzi, é mia responsabilità renderli felici. Non esiste al mondo cosa più gratificante dell’intrattenere una conversazione con un donatore felice e capire le sue motivazioni. Ogni fundraiser sa esattamente ciò di cui parlo. Di recente, ho conversato con alcuni donatori di ADD International, l’organizzazione per cui lavoro, la quale si occupa di promuovere i diritti dei disabili in paesi dell’Africa e dell’Asia. Ecco alcune delle cose che queste persone speciali mi hanno detto:

– “Dò soldi ad ADD perché so che insieme possiamo davvero migliorare la vita di tutte le persone a mobilità ridotta, e far sì che la loro voce venga sentita.” – Petro P.

– “Lavoro con i disabili. Ero davvero felice quando ho saputo che vi occupate di aiutare le persone con disabilità in Africa. Sono pronta a lavorare con voi per far sì che questa diventi una società inclusiva e partecipativa.” – Beatrice M.

– “Sono felice quando vedo altre persone felici. Voglio fare la differenza in questo nostro mondo.” – Otilia S.

– “Mia zia Beverly aveva ossa fragili. Ha rotto quasi tutte le ossa, e’ stata sottoposta a molti interventi chirurgici e ad un sacco di dolore. Dicevano a mia nonna che sarebbe morta a tre anni. Poi le dissero che sarebbe morta a cinque. Be’, mia zia ha vissuto fino a cinquant’anni. Era disabile, ma durante la sua vita ha fatto più cose di tantissime persone non-disabili. Ha aiutato gli scienziati ad inventare la prima sedia a rotelle elettrica, ha ottenuto un certificato di riconoscimento dalla Regina, ha viaggiato in Africa ed ha contribuito a salvare vite umane. Creava gioielli che poteva cucire e dipingere, e costruiva giocattoli. Ha ottenuto nei suoi cinquant’anni quello che io non otterrei in cento. Per questo voglio aiutare. Voglio salvare vite umane, vivere come mia zia Beverly e renderla orgogliosa.” – Grace E.

– “Mi vedo come una persona che appassionata di aiutare gli altri a migliorare la loro qualità di vita. Mi sforzo di farlo come posso, perché credo che ognuno abbia il diritto di avere gioia e la salute nella propria vita.” – Tatiana B.

 

La cosa migliore che un fundraiser possa fare per rinnovare la passione per il proprio lavoro é tirare su la cornetta e ringraziare un donatore. Ne sono fermamente convinta.

 


Vivo in un mondo di appassionati.

Chiunque abbia fatto la scelta di lavorare nel nonprofit ha qualcosa interessante da dire. C’è chi è immerso nel sociale, aiutando senzatetto, disabili, o malati. Chi si occupa di ricerca medica. Chi ha la passione per l’ambiente e gli animali, chi per la politica. Qualunque siano gli interessi, si tratta sempre e comunque di persone estremamente appassionate e idealistiche. Per questo, in ogni Paese in cui ho vissuto, le persone più interessanti le ho conosciute tramite il mio lavoro. Il network dei fundraiser, relativamente ristretto in Irlanda da come in Italia, ma sorprendentemente anche a Londra, è davvero una bella comunità di cui essere parte ed ha sicuramente arricchito la mia vita.


Posso raccontare storie incredibili.

Il fundraiser è prima di tutto uno Storyteller, ovvero un racconta-storie eccezionale. Ogni giorno, attraverso i donatori, attraverso gli operatori sul campo ed i volontari ho l’opportunità di entrare in contatto con storie umane che vale la pena di raccontare. Lo scorso Ottobre, Stuart Nixon, volontario dell’Associazione Sclerosi Multipla inglese ha camminato 60km lungo il Tamigi. Una sfida per chiunque, ma particolarmente per Stuart che da 15 anni vive su una sedia a rotelle ed ha un braccio che e’ ormai un peso morto. Con l’aiuto di sua moglie, che lo ha accompagnato ad ogni passo, ha completato la camminata in nove giorni, sotto la pioggia ed il vento londinese. Durante questo tempo, ha fotografato e raccontato la sua esperienza a giornalisti e sul suo blog. Alla fine, ha raccolto € 72,000 da amici e parenti per finanziare la ricerca sulla Sclerosi Multipla. Ho avuto la fortuna di vedere Stuart attraversare la linea d’arrivo, e di raccontare la sua storia agli altri donatori e volontari attraverso i vari canali a mia disposizione, la newsletter, l’email, il telefono. Stuart è stato un’ispirazione per molti, ed un’ispirazione per me – ed è solo una delle tante storie che posso raccontare.


Il fundraising è internazionale.

Da un Paese all’altro cambiano le leggi, cambia la cultura, la lingua e cambia il pubblico, ma alla fine dei conti fare fundrasing in India, in Irlanda, in Inghilterra o in Italia è sostanzialmente uguale. O meglio, si basa sugli stessi principi, ed in particolare sulla necessità di costruire un rapporto speciale con i propri donatori. Ma quando si è capito questo, basta cercare di conoscere profondamente le caratteristiche e motivazioni di chi dona, e usare il proprio ingegno per comunicare con lui o lei nel modo e nei tempi che funzionano meglio. Questo (e l’inglese) mi apre un buon numero di porte, e spero un giorno di poter fare fundraising anche in altre parti del mondo.


Il fundraising offre una finestra unica sui problemi del mondo e le possibili soluzioni – e offre una visione per il cambiamento.

Il nonprofit è senza dubbio un posto per visionari. E’ un’ambiente unico, che mira a risolvere i problemi del nostro pianeta (talvolta addirittura le questioni spirituali), offrendo una visione di un mondo migliore, nonché soluzioni pratiche per raggiungerlo. Queste soluzioni sono ciò che io, fundraiser, devo finanziare. Quindi perdonatemi se sembro cinica di tanto in tanto. Perdonatemi se tendo a monetizzare le emozioni! E’ un fatto che le emozioni generano donazioni – quindi denaro – e che il mio ruolo e’ quello incanalarle nella direzione dell’organizzazione nonprofit.

Concludo quindi con qualcosa che ho scritto in passato sul mio blog, a cui ancora credo, nel periodo in cui un uragano violentissimo ha colpito la popolazione di Haiti: “Sono orgogliosa di essere una fundraiser. Per me il fundraiser è colui che è capace di mettere da parte tutti i moralismi e i luoghi comuni perchè vede con chiarezza il punto di arrivo, il motivo per cui é necessario ad un’organizzazione. Il fundraiser non piange sugli eventi passati, ma usa le emozioni che ne derivano per migliorare il futuro. Sono una fundraiser perché ho scelto la testa al cuore.

Virginia Tarozzi

PS. Grazie a Luciano Zanin (fundraiserperpassione.it) che ha raccolto questa storia in occasione del Festival del Fundraising 2016 e ha scelto di condividerla con noi oggi.

 

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