Nel fundraising, l’eroe solitario non funziona

La pratica della raccolta fondi, pur facendo ormai parte integrante della cultura, e della necessità di molte organizzazioni non profit, non è ancora sufficientemente compresa. Spesso è mal rappresentata e troppo spesso vista con sospetto ed apprensione dai responsabili delle organizzazioni non profit, specialmente dai consiglieri di amministrazione. E così il fundraiser, troppo spesso, si sente un eroe solitario.

Cosa può capitare in una nonprofit

Immaginiamo la scena. Cosa succede in una organizzazione nonprofit poco dopo aver firmato la consulenza con un  fundraiser per un importo ritenuto capiente.
Nel presentarlo ai consiglieri, il presidente (o il direttore), che lo ha assunto, descrive la soddisfazione di essere riuscito a far capire al consiglio di amministrazione quanto fosse essenziale assumere un fundraiser di professione. In conclusione del suo discorso, il presidente si dice orgoglioso dei progressi fatti dall’organizzazione nonprofit ed entusiasta per le prospettive future. Infine sospira sollevato dicendo che finalmente le responsabilità

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Ami il fundraising?

Riprendo e aggiorno un articolo letto su un magazine americano qualche tempo fa sull’amore per il fundraising. Il fundraising, certo, è una professione da amare, ma com’è possibile che esistano team di fundraiser a cui non piace il fundraising?!

Perché non lo ami?

Ecco alcune delle riflessioni che ho trovato nell’articolo e che voglio tornare a condividere qui:

  • Il fundraising è innanzitutto emozione, non solo intelletto. Non permette solo di mostrare quanto intelligente sei e quanto hai studiato, ma ti permette di mostrare se hai il “bernoccolo dell’umano” o sei solo un mestierante…
  • Può diventare semplicistico e ripetitivo, se non lo ami (a volte, addirittura cinico).
  • E’ una professione dove si deve ammettere che da soli non ce la si fa, servono i donatori. Per alcuni è difficile, al punto che ci si limita a fare il pre-fundraising (ne parleremo…)
  • Se non ti piacciono le pubbliche relazioni, forse non è la

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Chi è una fundraiser di successo

Le Storie degli Alumni del Master in Fundraising. Dal 2002 ad oggi…

Durante tutta la mia vita professionale mi è capitato troppo spesso di conoscere fundraiser bravissimi che non raccontavano MAI ai donatori di sè. E invece molti hanno storie incredibili e toccanti. Vicende di ragazzi e ragazze che si sono messi di impegno e hanno scelto di essere un fundraiser, per cambiare il mondo e la loro vita.

Nel 99% dei casi non lo sa NESSUNO. Eppure sono racconti che farebbero innamorare persone, scatenando passaparola e attirando nuovi estimatori del mondo del fundraising.
Il passaparola si scatena attraverso le storie. Le persone NON vogliono sentire racconti di statistiche, dati, luoghi. Al contrario, amano gli aneddoti, le favole, gli episodi particolari.

Da oggi inizio una rubrica di racconti speciali, di belle storie che meritano di essere raccontate, per farvi capire chi è

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Perchè falliscono i piani di fundraising

piano di fundraising

Tante volte quando entro in un’organizzazione nonprofit mi viene chiesto di realizzare un piano di fundraising che soddisfi più obiettivi contemporaneamente:

  • raccogliere donazioni sufficienti a garantire una certa stabilità all’organizzazione;
  • continuare ad aumentare e far crescere il, fundraising;
  • costruire una buona reputazione della organizzazione nonprofit;
  • attirare il più possibile volontari, soci e altri soggetti attivi;
  • spendere il meno possibile per l’attività di fundraising e incassare più donazioni.

Di fronte a queste richieste, io dico sempre: Magari! Mi piacerebbe essere un consulente con la bacchetta magica e riuscire a fare tutto questo in una volta sola. Sarebbe bello, no?

La realtà non è così…

Un piano di fundraising reale e concretamente realizzabile, purtroppo, non può raggiungere tutti questi obiettivi nella stessa misura.
Questi obiettivi, in un certo senso, si escludono a vicenda. Quando un’organizzazione nonprofit sceglie una direzione, una tattica, una strategia di fundraising,

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2° Censimento Nazionale dei Fundraiser

Quanti sono i fundraiser retribuiti in Italia?

Sto provando a contare tutti i fundraiser attraverso il Secondo Censimento Nazionale dei Fundraiser. Su LinkedIn se si mette la parola “fundraiser – italia” saltano fuori 19.492 profili. Possibile?
In queste prime settimane di lavoro abbiamo già ricevuto 1.231 questionari completi. Ma dobbiamo trovarli tutti, e vedere quello che pensano, che sperano, che vivono.
Vogliamo aggiornare i dati socio-demografici, professionali e retribuitivi  del settore raccolti con il primo censimento del 2013.

Quanti sono quindi i fundraiser retribuiti?
Tu sei tra questi? Se la risposta è Sì, devi assolutamente censirti. Anzi quasi quasi dovresti essere tu a chiederlo a me: “Posso censirmi anche io?”
Qui come fare a compilare il breve questionario che ci permetterà (a me e a te) di sapere di più chi sono, quanti sono, cosa fanno, come si muovono i fundraiser italiani.

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Il GDPR dice due semplici parole: chiedete prima.


Se il rumore si abbassa, la fiducia aumenta…

Ho ricevuto per 40 giorni di fila, ogni mattina, la stessa email con la stessa identica richiesta di “adozione a distanza” da parte di una importante nonprofit italiana.

A un certo punto, ho chiamato al telefono il direttore fundraising di questa organizzazione, che conosco, e gli ho detto preoccupato “ci deve essere qualcuno che vi ha hackerato, perché manda una email al giorno, e nemmeno con il vostro mittente”.

Lui mi ha risposto, che era una scelta dell’organizzazione, perché anche se la percentuale di risposte è ultra-bassa, spedendo milioni e milioni di email, questo metodo funziona e produce risultati.

Ragionamento inattaccabile.
Ma quanti sono i danni collaterali che una prassi simile, genera nel mondo nonprofit?
Di quanto aumenta il “rumore di fondo”? Quanto vengono coperte “le vere conversazioni” da questa tecnica?

In fondo il

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E se… ti prendessi cura dei tuoi donatori come il New York Times fa con me?

Ero abbonato al New York Times. Mi veniva consegnato a casa.
Ma ho disdetto da qualche mese.

Dopo qualche settimana mi è arrivata un’email con un’offerta:

“Con soli 3 dollari a settimana per 3 mesi avrai il New York Times a casa tua!”
We don’t want you to miss out Non vogliamo perderti
Un sconto interessante, ma ancora accetto. Possono fare meglio, penso.

E in effetti non mi deludono.
Oggi, dopo circa 20 giorni, un’altra email:

“4 dollari per 4 settimane” con uno sconto del 94% sul prezzo di copertina.
Are we really losing youDavvero ti stiamo perdendo?

Se trattassimo i nostri donatori con la stessa attenzione con cui il New York Times mi tiene a mente… beh, sarebbe fatta!
Trovare un nuovo donatore costa 10/20 volte di più di mantenere quello che hai, il NY Times lo sa e lo

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Cosa vuole veramente un donatore

 

Ho perso il conto delle conferenze a cui ho partecipato in cui il relatore esordisce con la mitica frase
“Le ricerche dimostrano che i donatori vogliono solo tre cose…”:

  1. dare ai donatori la possibilità di scegliere per quale progetto donare;
  2. ringraziarli in maniera appropriata;
  3. trattarli sempre con gentilezza e professionalità.

Il problema è che le ricerche, di solito, si limitano a chiedere ai donatori:
“Che cosa vorreste dall’organizzazione nonprofit?”. E ciò è profondamente sbagliato.

Se uno pensa di aver trovato la risposta giusta nel rapporto con i propri donatori semplicemente chiedendo loro “Che cosa volete?”, vuole dire che non
ha la più pallida idea di cosa sia un essere umano!
È come se una persona prima di sposarsi facesse un questionario alla propria fidanzata del tipo “Cara, che cosa vuoi che io faccia?”, e si comportasse sulla base delle risposte ottenute. Non funziona!

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Nel fundraising non c’è tempo da perdere!

Ciao! Com’è andato il weekend? Il tempo non è stato male, vero?

Quando parliamo con qualcuno, non siamo quasi mai diretti. Quando mai andiamo subito al punto in una conversazione? Anche quando abbiamo ben chiaro in testa di cosa vogliamo discutere con una persona, abbiamo paura di essere maleducati se non gli chiediamo prima come sta.

I CONVENEVOLI sono importanti nella vita di tutti i giorni. Anche se sono vuoti. Anche se non vogliono dire niente.

Ecco: nel fundraising, invece, è meglio che li evitiamo proprio.

Quando mandiamo una lettera, una e-mail, bisogna essere SCHIETTI. Bisogna essere DIRETTI. Il donatore deve capire SUBITO cosa vogliamo. Dobbiamo andare subito DRITTI AL PUNTO: e il punto è che ci servono i loro soldi, per cambiare le cose.

Possiamo essere a disagio. È normale. Perché non è come nella vita di tutti i giorni. Come sarebbe se incontrassimo un amico per

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Quindi il mailing è finito? Ma per favore!

Sono passato dalla mia vecchia casa negli Stati Uniti, a New York,
dove continua ad arrivarmi la posta.

In particolare continuano ad arrivarmi le lettere di raccolta fondi delle varie organizzazioni nonprofit che mi chiedono soldi. Il tanto vituperato e malmenato direct mailing. Nella foto ci sono le lettere arrivate che ho messo in una borsa (una borsa che era INCLUSA in un mailing che mi è arrivato!!!).

Mi porto a casa in Italia la borsa con dentro tutti i mailing. Li ho stesi nella scrivania: dal 20 ottobre al 5 dicembre ho ricevuto 184 lettere di mailing, ovvero una media di 4 lettere di mailing al giorno.

 

Quindi il mailing è finito? Ma per favore! Ci sono 184 organizzazioni che sprecano denaro??? Il mailing premium (ovvero quello con dentro oggettistica varia per suscitare interesse del donatore) è finito? Ma se

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