Sapevi che in Italia il 93% della popolazione dichiara di raccogliere i bollini del supermercato per avere pentole, piatti o chissà quale altro premio?
Sembra incredibile, ma è così.
Ma quello che colpisce davvero è che tante di queste persone hanno una laurea, un buon lavoro, magari sono anche molto preparate.
Eppure, eccole lì, come tutti gli altri, a raccogliere quei bollini. Non è una questione di titolo o intelligenza, è che alla fine siamo tutti uguali di fronte a certe piccole soddisfazioni.
E non è finita qui.
Dopo tutta questa fatica, molte volte devono anche pagare una parte del premio che tanto desiderano. Nonostante ciò, lo fanno comunque.
C’è chi, addirittura, corre dietro ai bollini che io stesso lascio alla cassa del supermercato. E ogni volta mi sorprendo.
Perché questa frenesia, questa dedizione a qualcosa che agli occhi di molti potrebbe sembrare così banale?
Questa realtà ci insegna una lezione importante, forse la più importante per chi si occupa di fundraising: è impossibile capire cosa muove davvero ogni singola persona.
Non possiamo immaginare le motivazioni che spingono qualcuno a fare qualcosa solo in base al suo titolo di studio, al suo lavoro, alla sua età, o alla zona in cui vive. Perché ognuno di noi è un mondo a sé, e le motivazioni sono spesso profondamente personali e, a volte, del tutto irrazionali.
Lo stesso fenomeno lo vediamo in un altro contesto.
Quante persone, ogni giorno, credono alle promesse dei “guru” che vendono sogni di soldi facili? Strategie per diventare ricchi attraverso il trading, il self-publishing, le vendite su Amazon, o chissà quale altra idea miracolosa.
E non sto parlando di persone ingenue, ma spesso di gente che ha studiato, che ha esperienza, che dovrebbe, in teoria, “sapere meglio di così”.
Ma anche loro ci cascano. Perché?
Perché siamo tutti esseri umani, con le nostre insicurezze, i nostri desideri, le nostre speranze.
Ed è qui che entra in gioco il nostro lavoro di fundraiser.
Il nostro compito non è giudicare. Il nostro compito è accogliere. Accogliere le motivazioni degli altri, per quanto possano sembrarci strane o incomprensibili.
Significa avere una mente aperta e un cuore aperto, pronti a capire che ogni donatore è unico, con una storia e un insieme di motivazioni che lo spingono a donare.
Essere fundraiser significa imparare ogni giorno a mettere da parte i nostri pregiudizi, le nostre certezze, e aprirci al mondo.
Significa essere pronti ad accogliere le mille e una ragioni che spingono le persone a fare ciò che fanno, a donare, a credere, a sperare.
Ed è proprio qui che troviamo la vera magia del fundraising: accettare l’umanità nella sua meravigliosa complessità. Saper ascoltare senza giudicare, capire senza etichettare, e apprezzare il dono che ogni persona porta con sé, anche se quel dono è semplicemente un bollino del supermercato.
Perché alla fine, il vero valore sta nell’accettare gli altri per quello che sono, e nel trovare il modo di entrare in contatto con loro, con rispetto e autenticità.