Parlavo l’altro giorno con Giancarla Pancione, direttrice fundraising di Save the Children Italia dei fondi pubblici nel fundraising. Mi diceva che quando Trump ha tagliato improvvisamente i finanziamenti USAID, molte nonprofit americane (e non solo) si sono ritrovate sull’orlo del baratro. Alcune hanno dovuto chiudere centri di accoglienza e progetti nutrizionali. Un collega americano mi ha confermato preoccupato che questi tagli hanno messo a rischio attività cruciali. Dramma vero, ma pure una bella sveglia.
Intendiamoci: non voglio demonizzare i fondi pubblici, figuriamoci. Sono fondamentali, lo Stato DEVE intervenire, specialmente per cause sociali e umanitarie che altrimenti non ce la farebbero mai da sole. Guai a rinunciarci: sarebbe un errore strategico gravissimo. Ma basare tutto il fundraising esclusivamente su questa fonte è rischioso. Una buona strategia di fundraising richiede equilibrio, non esclusività.
Tra le cinque grandi strategie che ogni nonprofit deve padroneggiare (stabilità, crescita dei donatori soprattutto all’inizio, coinvolgimento dei volontari, visibilità PRIMA di chiedere, efficienza gestionale), la stabilità è forse la più critica. E stabilità significa una cosa sola: diversificazione.
Diversificare vuol dire camminare su più gambe: fondi pubblici locali e internazionali sì, ma anche donatori individuali, aziende, fondazioni, grandi donatori privati. Mai mettere tutte le uova nello stesso paniere.
Perché diversificare?
Perché ti protegge dai rischi politici, dai cambi di governo, dai tagli burocratici improvvisi e dagli umori imprevedibili di qualche politico. Non è questione di non fidarsi dello Stato, è questione di non essere ingenui.
Se Save the Children, un’organizzazione strutturata e solida, ha rischiato seriamente con un taglio improvviso, immaginiamo quanto sia importante per realtà più piccole attivarsi subito per non dipendere da una sola fonte.
Il caso USAID è emblematico e ci deve insegnare a vedere la crisi non solo come un disastro, ma come occasione per rimettere mano alla strategia e migliorarla. Non serve colpevolizzare chi usa i fondi pubblici, anzi, la recente notizia del ritorno (parziale, tra l’altro) dei fondi USAID dopo la sentenza della Corte Suprema americana è una bella boccata d’ossigeno. Ma occhio: quei soldi arrivano solo per coprire spese già fatte, non per i nuovi progetti. La lezione resta valida: cerca sempre altre fonti.
Morale della favola: fondi pubblici nel fundraising? Ovviamente sì, sono indispensabili. Ma mai e poi mai basarsi solo su quelli. Diversifica sempre, o prima o poi rimani a piedi.