Passo buona parte della mia vita a parlare.
A volte davanti ai Consigli di Amministrazione delle nonprofit con cui lavoro, altre volte in aula all’università durante le mie lezioni, a volte davanti a migliaia di persone nelle convention a cui vengo invitato, altre volte nelle piccole riunioni di ufficio.
Uno dei miei strumenti più potenti per tenere un buon discorso è l’umorismo, che è un incredibile lubrificante per le relazioni. Se le persone ridono delle mie battute, è molto più facile per loro prestare attenzione e ricordare ciò che dico.
Un po’ di umorismo scalda moltissimo qualsiasi rapporto, anche quello con i donatori.
In effetti, se mescolo la giusta quantità di umorismo e insegnamento, i miei discorsi funzionano meglio, ovunque mi trovi: in ufficio con i colleghi, con i donatori, in aula o durante una grande convention.
I miei migliori interventi sono stati come un ciclo virtuoso di risate. Quando sento il pubblico rispondere alle mie battute, la mia fiducia cresce e riesco a sfruttare quell’energia per rallentare, rilassarmi e lanciare battute ancora migliori. Questo induce ancora più risate e migliora la mia performance, creando un effetto a catena.
D’altra parte, quando racconto la mia prima battuta e nessuno ride, è un segnale che mi fa dire “uh-oh, forse ho davanti un pubblico difficile“, e il resto del discorso diventa una sfida. Potrei agitarmi e diventare più nervoso, meno sicuro, e il pubblico potrebbe percepirlo, ridendo ancora meno. Se porto a termine un discorso senza sentire una risata, significa che ho fallito e non sono riuscito a connettermi con chi mi ascolta. Non c’è sensazione peggiore che fallire un discorso.
Molti mi chiedono: “Ma uno nasce divertente o può imparare a essere divertente quando parla?”. La mia risposta è che non sono nato divertente, per niente. Anzi, sono pessimo a raccontare barzellette, ne conosco poche e non faccio ridere.
Io uso un metodo semplice: raccolgo i miei pensieri strani, anzi, “strambi”, che mi capitano nella vita quotidiana. Mi spiego: nella mia vita, come tutti, vedo cose – per lo più cose normali, come può essere normale una signora anziana che attraversa la strada, ad esempio. A volte, però, capita qualcosa di strano, come un’auto che ti suona il clacson senza motivo.
Spesso queste cose suscitano in noi un’emozione, per quanto lieve. La maggior parte delle volte, ignoriamo ciò che è successo e andiamo avanti. Chi ha il tempo di riflettere su ciò che è appena accaduto?
Per me non è così. Io raccolgo quelle emozioni e poi cerco di espandere i miei pensieri, rendendoli sempre più strani fino al punto dell’assurdo. E il risultato, spesso, fa ridere.
Se è strano per me, probabilmente è strano per tutti.
Abbiamo tutti pensieri strani che ci passano per la testa, ma la maggior parte di noi non ci fa caso o addirittura li sopprime, perché non vogliamo sentirci strani.
Tuttavia, questi pensieri strambi sono semi di ingegno e ingredienti per l’umorismo. Perché se è strano per me, è strano per tutti.
Se sai riconoscerli, catturarli e svilupparli, puoi creare un umorismo che risuona con chiunque. E quando riesci a far ridere il pubblico, puoi insegnare, vendere, o ispirare come vuoi.