Settimana scorsa ero in una organizzazione nonprofit a guardare alcuni numeri del bilancio di fundraising. A un certo punto mi fermo su una voce e chiedo: «Mi spieghi come avete calcolato questo dato?».
La risposta è stata disarmante: «È un numero che mi hanno detto.»
Mi hanno detto. Non “l’ho verificato”. Non “ho controllato il metodo di calcolo”. Non “so spiegarti come ci siamo arrivati”. Mi hanno detto.
Sono uscito da quell’incontro con una sensazione precisa: ci siamo abituati ad avere bisogno di un GPS mentale. Qualcuno che ci dica dove andare, cosa pensare, quali numeri usare, senza fare la fatica di verificarli. E questa cosa mi manda ai matti.
Io non sopporto gli obbedienti senza pensiero. Adoro chi mi contesta. Chi mi contraddice. Chi mi dice: “Valerio, secondo me stai sbagliando”. Perché vuol dire che ha pensato.
La storia, in fondo, è sempre la stessa. Una volta bastava dire:
«L’ha detto il parroco.» Poi: «L’ha scritto un libro.» Poi: «L’ha detto il giornale.» Poi: «L’ho visto in televisione.» Poi: «L’ho letto su Internet.»
Oggi basta dire: «L’ha detto l’intelligenza artificiale.» Cambiano gli strumenti. Non cambia il problema.
Abbiamo sempre cercato qualcuno a cui delegare il nostro giudizio. Ma ogni informazione è il risultato di una scelta. Qualcuno ha deciso cosa mostrare, cosa togliere, cosa enfatizzare e cosa lasciare fuori.
Una fotografia inquadra una parte della realtà, non tutta la realtà.
Una statistica può essere perfettamente corretta e portarci comunque a una conclusione sbagliata. Una storia può emozionarci senza essere rappresentativa.
Perfino una risposta dell’intelligenza artificiale non è la realtà. È una rappresentazione della realtà costruita sulla base di enormi quantità di informazioni. Nel fundraising questo è un problema enorme.
Quante organizzazioni prendono decisioni perché “l’ha detto un consulente”, “l’ha scritto un libro”, “l’ho sentito a un convegno”, “me l’ha suggerito ChatGPT”, senza chiedersi se quella soluzione funzioni davvero nel proprio caso?
Le mode passano. La realtà resta. Per questo continuo a ripetere sempre la stessa cosa: testate, misurate, verificate. Non perché diffidi delle idee. Ma perché diffido delle certezze.
La differenza tra una convinzione utile e una convinzione pericolosa spesso non sta nell’idea. Sta nella disponibilità a metterla continuamente alla prova.
Perché alla fine puoi credere a quello che vuoi. Ma sarà sempre la realtà ad avere l’ultima parola.