Non solo il Virus è contagioso ma anche le “buone azioni” possono esserlo

Leggo su Buone Notizie, l’inserto del martedì del Corriere della Sera, che Flavia, una mamma di 46 anni in casa con i figli cucina per i senza tetto di Napoli.

“Ho un cane – racconta la donna – ed ero uscita per portarlo a spasso come faccio sempre e anche in questo periodo. Ho incontrato i clochard che solitamente vivono in zona, io abito a Montesanto a Napoli, e per la prima volta mi hanno chiesto cibo e non soldi. Sono rimasta molto colpita dalla loro richiesta, mi hanno detto che avevano fame”

Flavia non si è fatta pregare e così è andata subito al negozio di alimentari di fiducia, ha preso pasta, pomodoro, vaschette in alluminio, che i titolari della salumeria le hanno regalato dopo aver saputo il motivo di quella spesa, e ha preparato 12 pasti, a casa, con l’aiuto delle sue bambine. «Quando ho detto

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Il direct mail è finito con il Coronavirus?

Il direct mail cartaceo, dopo questa crisi è morto? La posta è imballata, e sta scoppiando. Ma secondo me … per almeno un altro decennio (o più!) il direct mail funzionerà. Ho letto oggi una ricerca (l’esperto è Jeff Brooks), i baby boomers (cioè la gente della mia età e più anziani) forniranno i 2/3 delle donazioni del nonprofit fino al 2035 circa… e i baby boomers sono affidabili e “reattivi al direct mail”.

E con l’epidemia di coronavirus, con le persone confinate nelle loro case, la posta fisica è diventata ancora più importante.

Ferragnez vs Codacons (io sto con Fedez)

Mai come ora si parla di raccogliere fondi per dare un contributo in questo momento di emergenza sanitaria. E mai come ora è importante che chi raccoglie fondi sia etico e affidabile.

Ben vengano le iniziative di raccolta fondi spontanee: la coesione sociale che si genera davanti a momenti come quello che stiamo vivendo, va incoraggiata e sostenuta. Il desiderio di essere utili che diventa slancio per raccogliere, donare, fare volontariato è sacro e come tale va difeso e nutrito. Ma non si può dimenticare che chi fa raccolta fondi deve garantire professionalità e trasparenza, come afferma la mission che da 20 anni anima l’attività del primo e più noto percorso universitario italiano Master in Fundraising, Università di Bologna e dell’Associazione Festival del Fundraising. La scelta è nelle mani dei donatori, quello che devono sempre pretendere sono etica, impatto e affidabilità.

Il caso Codacons sollevato da Fedez (su cui come

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Non chiedetevi perchè le persone donano, ma capite in che cosa credono.

“Perchè una persona dona?”

Sono giorni particolari, in cui sto lavorando da casa. Tutte le mattine incontro il mio staff in call e insieme facciamo di tutto per andare avanti con i nostri progetti. Li riadattiamo alla situazione, reagiamo, ma cerchiamo anche di essere un passo avanti. Perché in questo momento guardare avanti è essenziale. Non bisogna fermarsi. È vero, ogni tanto ripenso a come le nostre giornate siano cambiate in pochissimo tempo.

Chi poteva immaginare tutto questo? Il Covid-19 avrà conseguenze molto gravi su persone ed economia. E quello che succederà a seguire è ancora difficile da prevedere. Ma una cosa è certa: come abbiamo fatto tutti noi in questi giorni con le nostre vite, così dovremo ripensare molte altre cose.  Per ottenere il massimo, anche da giorni come questi, dovremo cambiare il nostro modo di pensare oltre che di vivere. Vale anche per il fundraising: le vicende di

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Elogio per la “cura” del donatore

La parola più importante in tutta la raccolta di fondi ha solo quattro lettere: CURA. Non dare, non aiutare, non lavorare. CURA del donatore è la supercolla emotiva e razionale che attrae i donatori e li tiene vicini.  L’eredità che ci deve lasciare il Coronavirus è proprio questa. Il Coronavirus sta dicendo alle nostre organizzazioni nonprofit che devono prendersi cura dei donatori che hanno ora e che hanno avuto in passato.  Chi è stato capace di prendersi cura dei donatori ieri, oggi vede i risultati con semplicità e urgenza. Me lo hanno detto tantissimi colleghi (“Non ci crederai, ma ho avuto risultati eccezionali in questo periodo con i donatori”, Ci credo eccome!). Chiunque ami abbastanza la vostra organizzazione da donare, da aiutare, da lavorare per essa, si preoccupa maggiormente della vostra causa.  Ricambiate la cura o li perderete.

Bloccati a casa

Un’amico, un po’ depresso, mi ha detto che è bloccato a casa, a causa dell’emergenza Coronavirus.

“Ma tu puoi sempre lavorare da casa”, ho detto. Lui era d’accordo con me, ma mi ha detto chiaramente che quando è stata una sua scelta, la situazione era diversa. Era LUI che decideva di usare skype, o un qualunque altro sistema di collegamento via web. Il primo lavoro è prendersi cura delle persone che ti circondano e aiutare gli altri a ritrovare la salute. Dopo di che, abbiamo delle scelte da fare. Scelte su come passare il nostro tempo, come connetterci e come vedere il cambiamento nella nostra vita.

E se ci impegnassimo a guardare meno Netflix e non di più?

Meno aggiornamenti delle notizie, meno video di YouTube, meno distrazioni digitali.

E se decidessimo di trovare un modo per connetterci con le persone che hanno bisogno di noi, per aiutare le persone, per costruire qualcosa di generoso

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L’interazione di persona oggi è un privilegio. UN PRIVILEGIO.

Sono forzatamente a casa da più di una settimana. Dovrei finire la mia quaresima domani. Speriamo! Adesso oltre allo stop dovuto al crack sportivo (bacino rotto), siamo tutti a casa forzati dal Coronavirus. A dir la verità possiamo fare molto, moltissimo con skype, telefono, email, ma:

se non ti vedi in presenza, cambia. C’è meno spinta.

Come la formazione on line. Sì, funziona, ma è la stessa cosa?
Costa di meno. Si fa meno fatica. E in questi giorni a casa è più preziosa che mai…
Ma quando compri un corso lunghissimo da fare a casa: poi lo si fa, veramente? Lo si prende quel momento per studiare o lo si rimanda?

“No dai, lo faccio oggi pomeriggio! Anzi, lo faccio stasera quando torno dal lavoro, che c’è più calma.” E poi niente, succede che si rimanda…

Anche su Amazon compro molti più libri di quelli che poi

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Occhio a chi si improvvisa esperto… Nel fundraising c’è bisogno di preparazione! Leggete qui cosa mi è successo:

Qualche settimana fa un caro amico mi ha chiesto il favore di aiutare un Monastero poco distante da Roma, per fare un po’ di raccolta fondi.

A dir la verità ho aspettato qualche settimana prima di mettermi in contatto con loro. Di richieste di questo tipo ne ricevo parecchie, spiegare tutto il fundraising via email è ben impossibile, però ho cercato di trovare il momento “buono” per scrivere qualche passaggio e rendermi disponibile per una chiacchierata, nel tentativo di far di tutto per far passare al meglio quella che è l’idea del fundraising.

Così il weekend scorso, nella tranquillità di casa, decido di ritagliarmi un po’ di tempo per dedicarmi a questa cosa. Scrivo un email, dove spiego che mi occupo di raccolta fondi, sia in università (dove lo insegno), sia professionalmente ormai da trent’anni.

Passano pochi minuti e ricevo subito una risposta.

Dopo avermi ringraziato per la disponibilità mostrata, senza

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Se il capo del fundraising avesse sempre l’ultima parola, la raccolta fondi raddoppierebbe in 3 anni. Verità o provocazione?

Sono a letto infortunato. Mi sono fatto male facendo sport.
So di non aver mai avuto un talento speciale per lo sport (so bene di non essere Ibrahimovic! Mi sento molto più un Inzaghi che non aveva mezzi, era anche abbastanza scarso, ma ha avuto una carriera favolosa, perché non mollava mai!)

Quando sono infortunato – perche non è la prima volta – mi sento più… vecchio. Ed è in questi momenti, più che mai, che mi sento in grado di tornare all’inizio del mio percorso lavorativo, e riflettere su questa cosa: cosa consiglieresti al Valerio più giovane, Fundraiser alle prime armi?

La prima riflessione che mi è venuta in mente è:

“Attenzione al processo di approvazione. Risolvi subito questo problema… o sei rovinato!”

La regola che mi darei è questa: “devo rifiutarmi di accettare lavori in cui l’organizzazione nonprofit vuole fare direct-mail, ma mi obbliga a cambiare le

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Se la donazione fosse…

Se la donazione fosse solo l’unilaterale manifestazione di benevolenza di un re nei confronti di un mendicante sarebbero sempre in luce solamente il re e i suoi beni, mentre il mendicante sarebbe importante solo come colui che viene illuminato, ma in sé sarebbe soltanto un oggetto indifferente.

In realtà il vero donatore trasforma sé stesso e la realtà che lo circonda. Mira a mettere in luce i meriti del beneficiario, le sue capacità, non solo le proprie.
Per lui ha senso donare perché chi riceve la donazione si nobilita.

Il re benevolente trattiene e ricaccia indietro nel pensiero della sua provenienza il ricevente. Da qui il pensiero del mendicante: sono indegno. Il re sottolinea l’abisso che lo separa dalla sua altezza.

Il vero donatore non posa sul ricevente soltanto un magnifico vestito che lascia sotto tutta la povertà di mendicante della sua essenza e della sua origine. Il vero donatore si implica, porta un nuovo

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