L’altro giorno parlando con uno dei miei fratelli (che nella vita professionale è stato uno straordinario programmatore) mi ha detto: “Valerio, non devi usare l’AI. Fai a mano le cose, che altrimenti vengono peggio. Tanto con l’AI è sempre tutto meno preciso”.
Ogni volta che arriva una nuova tecnologia, succede sempre la stessa scena. Quelli che sanno fare molto bene un mestiere si arrabbiano. Dicono che il livello si abbasserà, che si riempirà il mercato di roba fatta male, che la competenza verrà calpestata. E quasi sempre hanno ragione.
Ma solo a metà.
Con l’AI, con gli strumenti automatici, con i testi generati in un minuto, con le immagini fatte senza grafico, con le analisi di database che oggi può fare anche chi fino a ieri andava avanti a intuito, il rischio di fare clamorosi errori c’è, eccome. Ci sarà più rumore. Più banalità. Più newsletter scritte male. Più campagne tutte uguali. Più copy senz’anima. Più fundraiser improvvisati che pensano di fare strategia perché hanno scritto un prompt.
Ma fermarsi lì è un errore.
Perché la verità è che gli strumenti nuovi non eliminano il valore dei bravi. Eliminano il valore di chi viveva di rendita. Quando in una nonprofit arriva un nuovo strumento, non bisogna chiedersi se “rovinerà il mestiere”. Bisogna chiedersi chi lo userà meglio. Perché il mercato, piaccia o no, non premia la nostalgia. Premia chi produce valore percepibile.
Anche Excel, a suo tempo, avrà spaventato qualcuno. Anche il database. Anche l’e-mail. Anche le landing page. Anche il direct mailing fatto bene, quando ha iniziato a sostituire il pressapochismo di certe lettere scritte “col cuore” ma senza metodo.
Il punto non è difendere il mestiere dai nuovi strumenti.
Il punto è difendere la qualità del mestiere dentro i nuovi strumenti.
Un fundraiser bravo non ha paura dell’AI.
Ha paura semmai di chi la usa senza pensare. Perché lì sì che arrivano i danni: messaggi finti, tono senz’anima, proposte di donazione tutte uguali, zero ascolto del donatore, nessuna strategia, nessuna relazione. Solo velocità. E la velocità, da sola, nel fundraising non vale niente.
Oggi anche una piccola organizzazione può usare l’AI per scrivere una prima bozza di DEM, per segmentare meglio i messaggi, per analizzare le obiezioni dei donatori, per preparare uno schema di colloquio per grandi donatori, per ripulire un database sporco. Benissimo.
Ma poi qualcuno deve capire se quella DEM ha un caso forte, se quella segmentazione ha senso, se quel colloquio è credibile, se quella richiesta è adatta a quella persona.
E questo, almeno per ora, non lo fa la macchina.
Lo fa un fundraiser che sa pensare. Il modo migliore per protestare contro la mediocrità non è dire “una volta era meglio”.
È fare raccolta fondi meglio degli altri.