Questa è la prima newsletter dopo la pausa estiva e voglio ripartire da una cosa che con il fundraising, apparentemente, c’entra poco: la stanchezza fisica.
Io lavoro molto, ma in realtà, ho sempre cercato di trattare abbastanza bene il mio corpo. Ho sciato, ho fatto ciclismo, corro ancora, cerco di mangiare con criterio e faccio di tutto per non superare i 78-79 chili. Mi piace stare in forma, perchè se sto bene, poi penso anche meglio. E finché riesco provo persino a battere mio figlio, (che ha 30 anni meno di me), nel running…
Insomma, non sono mai stato uno di quelli che considera una virtù lavorare venti ore al giorno e dormire quattro ore. Mi sono sempre preso i miei tempi, ho fatto sport, sono andato in montagna, ho cercato di stare bene. Ogni anno mi prendo 3 giorni di riflessione, quelli che una volta si chiamavano “esercizi spirituali”.
Però intorno a me vedo continuamente persone che sembrano quasi orgogliose del contrario.
«Sono distrutto.»
«Non mi sono fermato un attimo.»
«Ho lavorato anche in ferie.»
«Non ho avuto neanche il tempo di mangiare.»
Frasi dette quasi come medaglie. E nel nonprofit questa cosa la vedo ancora di più. Fundraiser che arrivano a settembre già stanchi. Direttori che passano da una riunione all’altra. Persone che rispondono alle e-mail alle undici di sera e quasi vogliono che tu te ne accorga.
Organizzazioni dove essere sempre occupati è diventato sinonimo di essere bravi. Ma non è la stessa cosa. Essere pieni di cose da fare non significa essere efficaci.
Fare tante ore non significa produrre buoni risultati. E soprattutto essere stanchi non significa essere professionali. Anzi, nel fundraising può diventare un problema serio. Perché il nostro lavoro non consiste soltanto nel fare. Consiste soprattutto nel capire.
Capire chi abbiamo davanti. Ascoltare un donatore. Preparare bene una richiesta. Accorgerci che una persona sta dicendo una cosa ma forse ne pensa un’altra. Capire quando è il momento di chiedere e quando invece è il momento di stare zitti. Ringraziare bene. Coltivare una relazione. Pensare. E per fare queste cose serve lucidità.
Un fundraiser stanco tende a diventare automatico. Fa più telefonate, manda più e-mail, organizza più incontri, riempie l’agenda. Ma magari ascolta meno. E nel fundraising ascoltare meno è quasi sempre un pessimo affare.
Nel mio lavoro ho sempre sostenuto che la parte visibile della raccolta fondi, la richiesta, è solo una piccola parte del lavoro. C’è tutto quello che viene prima: preparare, studiare, conoscere, costruire la relazione. E c’è tutto quello che viene dopo: ringraziare, rendicontare, mantenere vivo il rapporto.
La parte che si vede dura poco. Quella che conta davvero richiede tempo, attenzione e testa libera.
Forse per questo queste vacanze mi hanno fatto bene. Non perché abbia scoperto improvvisamente il riposo. Per fortuna l’avevo già scoperto da parecchio. Ma perché mi hanno ricordato una cosa molto semplice: prendersi cura di sé non è tempo sottratto al lavoro.
Dormire bene, correre, pedalare, camminare, mangiare con calma, stare con le persone che ci piacciono, spegnere il computer ogni tanto non sono deviazioni dalla vita professionale. Sono la vita.
E forse nel nonprofit dovremmo smettere di celebrare chi arriva a sera distrutto e iniziare a chiederci se esiste un modo migliore di lavorare. Perché la stanchezza non è una medaglia.
E un fundraiser riposato, lucido e curioso probabilmente raccoglie anche meglio.