Si è concluso il Festival del Fundraising 2025. Vi riporto in 500 parole una sintesi delle parole di Seth Godin durante la plenaria iniziale. Spoilerino: Non siamo qui per raccattare soldi. Siamo qui per far accadere qualcosa.
Al Festival del Fundraising appena concluso, Seth Godin non ha fatto un intervento: ha fatto una lezione di verità. Di quelle che ti costringono a rimettere in discussione le tue certezze, ma senza scenografie. Solo parole precise, che ti piazzano davanti a quello che sei – o che potresti essere – come fundraiser.
Ha iniziato con un promemoria fondamentale: l’obiettivo del fundraising non è raccogliere fondi, ma offrire alle persone la possibilità di donare e di essere felici attraverso il dono.
Detto così sembra una frase gentile. Ma se ci pensi bene, è una rivoluzione: non sei lì per chiedere. Sei lì per offrire. Un’occasione. Un’identità. Una scelta.
Poi Godin ha centrato uno dei grandi tabù del nostro lavoro: i donatori donano anche per ottenere uno status.
Donano per sentirsi più vivi. Più in linea con l’idea che hanno di sé stessi.
E qui ci ha inchiodati con sei parole: “What we sell is a feeling.”
Non vendiamo progetti. Non vendiamo documenti. “Vendiamo” una sensazione. E se sbagli sensazione, puoi anche aver scritto il case più bello del mondo: non serve a nulla.
Poi, l’ovvio che nessuno dice: le storie contano, ma solo se costruiscono appartenenza.
Non basta raccontare: devi far sentire chi ascolta dentro qualcosa più grande di sé.
E qui Seth ci ha ricordato di stare attenti: i fundraiser che vogliono parlare a tutti, finiscono per non parlare a nessuno.
Il punto non è raggiungere 100.000 persone. È farne incontrare 100 che si riconoscono tra loro.
Altro che “lettere a pioggia”.
Coltiva una tribù: un gruppo che si sveglia pensando alla tua causa e ci va a dormire con lo stesso pensiero.
Poi ha introdotto una distinzione che dovremmo scrivere sui muri degli uffici:
stress e tensione non sono la stessa cosa.
Lo stress ti schiaccia. La tensione ti spinge.
Il bravo fundraiser crea tensione positiva. Mette in moto. Scomoda. Coinvolge. Se il tuo fundraising è comodo, non sta cambiando niente.
E ancora: basta con il mito del fundraiser sottopagato ma appassionato.
Il nostro è un lavoro creativo, strategico, “rischioso”. E va riconosciuto.
Il punto è farlo capire anche ai donatori: non siamo un “costo”, siamo parte della loro stessa battaglia.
Poi il nodo cruciale tra tattiche e strategia:
le tattiche (cene, mailing, DEM) invecchiano.
La strategia resta.
E deve essere, come dice lui, una “philosophy of becoming”: una visione di cosa vogliamo diventare, come persone e come organizzazione.
Infine, l’intelligenza artificiale. Da usare almeno un’ora al giorno.
Non è un’opzione, è una scelta di campo: o impari a usarla, o sarà lei a usare te.
E la chiusura? Seth l’ha detta così (e io la traduco senza fronzoli):
“Ci sono pochi lavori dove tutti hanno bisogno di te. I donatori hanno bisogno di te. Anche chi riceve ha bisogno di te. È bello essere necessari. Ma è anche una responsabilità. Puoi decidere di accettarla. Di prenderla sul serio. Questo è fare rumore. È presentarsi per cambiare le cose.”
Ecco. Fare fundraising oggi per Seth Godin significa questo: esserci. Farsi vedere. Non per fare scena, ma per smuovere il fango. Perché chi fa fundraising, se lo fa davvero, non sta fermo. Agita le acque. E le trasforma.