| È così nelle serie TV, dove un gruppo di autori discute, litiga, riscrive e affina ogni dialogo. È così nella musica, dove anche il più geniale dei cantautori si circonda di musicisti, tecnici del suono e produttori. È così persino nella pittura: quando sono andato a vedere la casa del Canova a Pessagno (di cui sono un appassionato) aveva un intero studio di artigiani che lo aiutavano, e nessuno si scandalizzava. Il mito dell’artista solitario che crea da solo un capolavoro è, appunto, un mito. E anche nel fundraising funziona esattamente allo stesso modo: la gestione del team fundraising è ciò che tiene insieme tutto. Anche questa newsletter. Se non ci fosse Eric che la riguarda, la rilegge e ne lima i toni…(a volte troppo accesi), o Elisa che ne scioglie i nodi delle frasi controverse, sarebbe peggio. Se perdo il mio staff, perdo il mio futuro. Non ho dubbi. Anche nel fundraising funziona esattamente allo stesso modo. Ogni campagna, ogni lettera ai donatori, ogni evento ben riuscito nasce da una “writers’ room”, solo che nel nonprofit non la chiamiamo così. È l’ufficio raccolta fondi, il gruppo WhatsApp, la chat su Drive, la riunione improvvisata davanti alla macchinetta del caffè. È quel luogo (fisico o virtuale) dove le idee si accendono, si discutono, si trasformano. Dove qualcuno butta giù una bozza di mail, qualcun altro ci mette il tono giusto, un altro ancora trova un titolo migliore, e magari una volontaria segnala il donatore perfetto a cui mandarla. Nel fundraising, come in ogni arte, l’autore unico non esiste. Esiste invece una rete di persone, strumenti, intuizioni e correzioni che costruiscono insieme il risultato. È la vera writers’ room del nonprofit italiano. Oggi però quella stanza si è riempita di nuovi “collaboratori”: strumenti digitali, software, intelligenze artificiali. E questo, ammettiamolo, ci mette a disagio. Quando una nuova tecnologia entra nel nostro processo creativo, la prima reazione è sempre un misto di paura e sospetto. “Ma allora non è più autentico.” “Così è troppo facile.” “Così può farlo chiunque.” Lo stesso è successo con i fotografi che per primi usarono la luce artificiale, con gli artisti che passarono dal pennello alla macchina fotografica, con gli scrittori che usarono il correttore automatico. Eppure, dopo un po’, quella tecnologia è diventata normale, e non riusciamo più a immaginare di lavorare senza. Il punto non è se usare o meno la tecnologia, ma come usarla. Se la usiamo come scorciatoia, se ci sostituisce nelle scelte, nel pensiero, nel giudizio… allora abbiamo perso la parte umana del nostro lavoro. La magia sparisce. Ma se la usiamo per amplificare la nostra visione, per liberare tempo, per fare meglio quello che contaallora è lo strumento più potente che possiamo avere. Un fundraiser che usa un CRM per capire meglio i suoi donatori non è “meno umano”: è più efficace. Chi usa l’AI per scrivere una prima bozza non è pigro, è intelligente se poi la rilegge, la personalizza e la rende vera. L’umanità non sta nel fare tutto da soli, ma nel dare senso a ciò che facciamo insieme. Perché, in fondo, la qualità del tuo fundraising dipende dalle persone (e dagli strumenti) che siedono nella tua writers’ room. E soprattutto dalla tua capacità di guidarle, ispirarle e tenerle unite intorno a una visione chiara: creare qualcosa che conti davvero, per persone che contano davvero. Una buona gestione del team fundraising è quella che crea qualcosa che conta davvero. Se perdo il mio staff (e oggi anche la mia AI…) perdo il mio futuro. |