| Avrai letto la notizia: la responsabile amministrativa part-time di una grande oraganizzazione avrebbe sottratto un milione e mezzo di euro in due anni, sfruttando gli accessi all’homebanking. I revisori se ne sono accorti, la direzione ha denunciato, la magistratura farà il suo corso. Ma per noi fundraiser — e per chi lavora nel nonprofit — la domanda vera è un’altra: come può succedere una cosa simile in un’organizzazione seria, solida e trasparente? E soprattutto, cosa serve davvero per costruire un’organizzazione nonprofit sicura, capace di prevenire errori e abusi senza perdere la fiducia interna? La risposta è semplice, e scomoda: perché i controlli, nel nonprofit, spesso esistono solo sulla carta. Non è una questione di buona o cattiva fede (l’onp in oggetto resta una delle migliori organizzazioni italiane, e non c’è alcun dubbio sulla sua integrità), ma di sistema. Anche nelle realtà più strutturate, succede che le procedure diventino un rito formale, più pensato per “essere a norma” che per “funzionare davvero”. Si scrivono policy, si approvano modelli 231… ma a volte si perde la sostanza. E soprattutto: nel nonprofit si confonde troppo spesso la fiducia con la leggerezza. Il nostro mondo è pieno di brave persone, mosse da ideali e da passione. Ma la buona fede non è un sistema di controllo. Anzi, è la condizione perfetta per abbassare la guardia. Nel Bilancio Sociale di questa organizzazione c’è scritto che l’organo di controllo “vigila sull’adeguatezza dell’assetto amministrativo e contabile e sul suo concreto funzionamento”. Parole giuste, che tutte le organizzazioni dovrebbero scrivere. Ma “concreto funzionamento” significa che nessuno deve poter fare un bonifico senza un secondo controllo. Significa che gli accessi bancari vanno revocati subito alla fine di un incarico. Significa riconciliare gli estratti conto ogni mese, da mani diverse. Ecco il punto: non basta avere i controlli, bisogna farli funzionare. E questo vale per tutti: per le grandi ONG e per le piccole associazioni di paese. Voglio dirlo chiaramente: l’organizzazione “truffata” merita il massimo rispetto. È una realtà seria, internazionale, che ha portato cultura della giustizia sociale e della solidarietà in mezzo mondo. E merita anche la nostra solidarietà, non il nostro sarcasmo. Chi oggi la attacca non ha capito che se può succedere a lei, può succedere a chiunque. Proprio per questo, il caso diventa una lezione per tutto il settore. Il nonprofit deve smettere di pensare che la trasparenza sia un PDF o un Bilancio Sociale: è un processo quotidiano, fatto di controlli, verifiche, e responsabilità. Solo così si costruisce un’organizzazione nonprofit sicura, capace di proteggere la fiducia di donatori e staff e di reagire con credibilità quando qualcosa va storto. I ladri esisteranno sempre. E oggi una buona organizzazione si misura da quanto velocemente se ne accorge, da quanto chiaramente lo comunica, e da come reagisce. E in questo caso è stato fatto. |