Oggi ti scrivo qualche idea che mi sono appuntato (a mano) negli scorsi mesi: o che ho visto in giro nelle varie organizzazioni che ho incontrato, o chiacchierando con colleghi e colleghe fundraiser. Idee di (buon) fundraising che secondo me vale la pena salvare per il 2026. Magari le puoi tenere a portata di mano tutto l’anno? Inizio!
Se vuoi più contatti e più donazioni: togli attrito (tutto ciò che blocca l’azione), non aggiungere parole
- Metti un dettaglio sfocato dietro al form di donazione, ma con etica: non per nascondere, per far capire che c’è un impatto concreto dietro. Esempio: sul form “Dona ora” di una fraternità di Roma ho fatto mettere sullo sfondo una foto volutamente non leggibile di una lista: “spese coperte questa settimana” (affitti, borse studio-lavoro, caritativa). Poi, dopo la donazione, la stessa immagine si sblocca e diventa leggibile. È una promessa mantenuta: “ti faccio vedere cosa fai succedere”.
- Sostituisci “Contattaci” con “Provalo in 30 secondi”: per una causa non esiste la “demo”, ma esiste un micro-esperimento. Uno slider “Con 10€ oggi fai X / con 25€ fai Y / con 50€ fai Z”. Oppure un test semplicissimo: “Che tipo di sostenitore sei?” e alla fine non ti regala un badge idiota, ma ti propone una scelta coerente: donazione singola, regolare, donazione di tempo, 5×1000.
- Usa il tuo servizio per il potenziale donatore e regalagli il risultato: questa è potentissima se fai corporate o grandi donazioni. Prendi 10 aziende del tuo territorio e fai una cosa concreta per loro legata alla tua causa: un mini-report “rischi/opportunità sociali” nel loro comune, una pagina con “3 modi credibili per sostenere questa causa senza greenwashing”, una bozza di policy interna (welfare, volontariato d’impresa). Gliela mandi come regalo, senza chiedere subito soldi. Poi sì: “se ti torna, ci vediamo 20 minuti e ti dico cosa ci serve davvero”.
- Crea una “hotline” che fa vivere la causa: un numero WhatsApp con messaggio vocale automatico di 30 secondi (non un centralino). “Se vuoi capire in cosa consiste questa emergenza, ascolta questa storia”. Oppure: “premi 1 per sentire cosa succede quando manca un educatore; premi 2 per sentire cosa cambia quando c’è”. Sembra banale, ma è esperienza. È molto più forte di un carosello Instagram.
- Quando uno dice “non ora”, non farlo sparire: chiedi permesso di ricordarglielo. “Ti mando un promemoria tra 7 giorni?” e basta. Email o WhatsApp. Se non ti autorizza, fine. Se ti autorizza, hai una seconda possibilità pulita.
Se vuoi traffico senza dover pagare degli ads (che più vado avanti e più mi rendo conto che funzionano sempre meno): smetti di parlare di te, fai parlare gli altri
- Programma ambasciatori “aperto” per volontari e sostenitori (non influencer): niente selezione, niente approvazione preventiva dei contenuti, ma un kit semplice e un obiettivo chiaro. Premi non con soldi a percentuale (orrore), ma con riconoscimento pubblico, accesso, backstage, piccoli benefit reali: visita al progetto, cena con il direttore, incontro con un testimone. La gente condivide se si sente parte di qualcosa, non per una pacca sulla spalla.
- “Il primo X per Y”: prendi una cosa familiare e rendila specifica per una tribù. Esempio: “Il primo ‘menù’ di donazione per chi odia le campagne pietiste”. Oppure: “La prima pagina ‘dona’ scritta per chi vuole vedere i numeri, non le lacrime”. Funziona perché crea contrasto e identità: chi si riconosce, entra.
- Lancia un’iniziativa gratuita con una richiesta “strana” ma coerente (non tatuaggi, siamo seri): “Ti mandiamo gratis un kit per parlare di lasciti in famiglia, ma devi regalarlo a qualcuno e dirci a chi.” Oppure: “Ti mandiamo una guida fiscale fatta bene, ma in cambio ci mandi una foto del cassetto dove tieni le ricevute.” Sembra scema, ma crea conversazione. E soprattutto: ti fa entrare nella vita reale delle persone.
- Non inseguire i giornali con “abbiamo fatto l’evento”. Pubblica una prova di cambiamento: dati locali, trend, un paradosso. “Nel nostro comune i servizi per X sono cresciuti del 20%, ma le donazioni regolari sono ferme.” Se lo racconti bene (e con dati), il giornalista ti trova. Se fai comunicato stampa, ti ignora.
- Presidia le ricerche “forum” / “opinioni”. Mia figlia (che ha 20 anni) mi ha detto che se cerca “associazione affidabile” aggiunge sempre “forum” perché non si fida dei siti patinati. Tu devi essere lì con risposte utili, non con autopromozione. Una volta a settimana, mezz’ora. È lavoro sporco, ma porta contatti ad alta intenzione.
- Metti “gli altri” in primo piano, non te: manifesti locali, grafiche social, persino finti cartelloni (mockup) con i volti di volontari, donatori, beneficiari (con consenso), aziende partner. Il punto non è chi passa in strada: è chi lo condivide perché ci si vede dentro.
Se vuoi che i donatori condividano: fai fare bella figura a loro
- Certificati con il nome del donatore grande e il tuo piccolo:“Valentina sostiene questa causa dal 2019”. La gente condivide ciò che racconta chi è, non ciò che pubblicizza te.
- Oggetti fisici per i donatori “fedeli”: una lettera vera, un biglietto scritto a mano, una piccola stampa, una spilla fatta bene. Non roba gadgettosa. Costa poco, resta sulla scrivania e crea foto spontanee.
- Mostra “da quanto sei con noi”: “donatore dal…”, “sostenitore da…”, “anni insieme”. È una leva identitaria enorme. E non è manipolazione: è memoria.
- Piccoli “record” divertenti (senza infantilizzare): “la donazione più lontana”, “la donazione fatta in rifugio”, “la donazione fatta correndo”. Premia con una storia sul sito, non con un premio ridicolo.
- La “riga magica” nei primi 10 secondi: in fundraising deve essere vera. Tipo: “Negli ultimi 12 mesi abbiamo perso più donatori per silenzio dopo il grazie che per mancanza di soldi.” Oppure: “Se pensi che ‘basta farsi conoscere’, stai bruciando budget.” (E poi spieghi come).
Se vuoi “battere la concorrenza”: non competere sulle emozioni, competi sulla chiarezza
- Noi non abbiamo competitor “nemici”, ma competiamo per attenzione e fiducia. Quindi definisci un perimetro chiaro: invece di dire “facciamo un po’ di tutto”, dì “noi risolviamo questa cosa, qui, così”. La vaghezza è il vero competitor.
- Fai pagine SEO per le ricerche ad alta intenzione: “detrazione donazioni 2026”, “donazione regolare come funziona”, “5×1000 come scegliere”, “lascito testamentario come si fa davvero”. Se non le fai tu, le fa qualcuno che confonde e spaventa. E poi piangi perché “in Italia non donano”.
- Dì l’opposto del coro quando serve: se tutti urlano “dona con un click”, tu puoi dire “non ti chiedo un click, ti chiedo una scelta. E ti spiego come verificarci”. È controintuitivo e costruisce fiducia.
Se vuoi donatori che restano: smetti di pensare “acquisizione”, pensa “cura”
- Sorprendi con umanità, non con automazioni. Quando un donatore ti scrive di una cosa personale (lutto, malattia, nascita, pensione): sorprendi con una lettera breve, una telefonata. Un gesto fatto bene vale più di 15 post motivazionali.
- Non fare il mendicante. Quando uno vuole disdire la donazione regolare, offrigli opzioni pulite: pausa di 3 mesi, riduzione temporanea, cambio giorno. “Ti capisco, scegli tu.” Una quota enorme di persone non vuole smettere: vuole respirare.
- Scrivi email che mostrano “successo del donatore”, non “successo nostro”: “con le tue donazioni regolari hai coperto 18 ore di educativa”, “hai garantito 6 notti di accoglienza”. Chi si sente efficace non se ne va.
- Costruisci un “servizio gratuito” che fa usare di più la relazione. Esempio pratico: un calcolatore fiscale semplice; un mini-percorso “come parlare di dono in famiglia”; un calendario di “azioni utili” mensili (anche non monetarie). Se aiuti il donatore a donare meglio, resta.
Se vuoi vincere agli eventi: fai restare le persone, non farle scappare col gadget
- Al banchetto o allo stand non devi “fare numeri”, devi creare tempo. Sfide brevi: caccia al QR tra tre punti dello stand; micro-quiz con premio serio (un libro, un invito, un’esperienza); “firma qui e scegli tu a cosa va la tua quota” con una lavagna fisica e gettoni. Quando vedono gente che si ferma, gli altri si fermano. È FOMO (Fear of Missing Out – Paura di Restare Fuori), sì. Ma è anche comunità.
- Mappa il percorso delle persone (parcheggio, bar, ingresso, pausa pranzo) e inserisci un contatto umano lì, non un volantino. Un volontario bravo in un punto giusto vale più di uno stand vuoto.
Se vuoi essere a prova di futuro: costruisci canali che non dipendono dagli algoritmi
26. L’AI nel 2026 riempirà internet di post (anche più del 2025!). Quindi l’unica difesa è possedere relazione: lista email pulita, community reale, incontri, rete personale, storie che la gente racconta a cena. Questo non lo automatizzi.
Si, lo so avevo detto 26, ma ne ho altre 2! Abbi pazienza!
- Collabora con chi ha già il tuo pubblico: podcast locali, newsletter territoriali, associazioni di categoria, parrocchie, gruppi sportivi. Non “partnership” a parole: scambio vero di valore e pubblico.
- Metti una cosa inattesa nel footer del sito: una frase vera, umana, che fa screenshot. Tipo: “Se sei arrivato fin qui, probabilmente non cerchi ‘una causa’. Cerchi una scelta sensata. Scrivimi.” Funziona perché rompe lo standard.
Il punto finale (quello che molti fingono di non capire): nel 2026 (ma anche nei 100 anni precedenti e nei prossimi 100 anni!) è che occorre spostare il fundraising dalla “comunicazione” alla “relazione”, e dalla “relazione” alla “richiesta fatta bene”, seguita con grande cura.
Tutto il resto è rumore.
P.S. Quale idea ti ha colpito di più e vorresti provare subito? Rispondimi a questa email: mi fa piacere confrontarmi.