21 Gennaio 2026

Ferragni è “prosciolta”, ma il verdetto che conta è già arrivato…

Provo empatia per Chiara Ferragni. Non perché “poverina” o perché mi interessi la sua vicenda personale. Ma perché vedo una cosa che nel nostro mestiere è chiarissima: puoi anche uscire dal penale, ma se hai perso la fiducia del pubblico sei già stato condannato.

E quella condanna non ha appello.

Mettiamo subito i paletti, perché su questo tema si raccontano mezze verità. Il punto non è “Ferragni assolta quindi era tutto ok”. La decisione è tecnica: esclusa l’aggravante, la truffa “semplice” diventa perseguibile a querela e, con il ritiro/decadenza della querela (si parla del Codacons), il giudice dichiara il “non doversi procedere / non luogo a procedere”. Non è un “il fatto non sussiste” scolpito nella pietra: è procedura. 

E infatti l’altra metà della storia è che, anche prima di questa udienza, il danno era già stato pagato in una valuta molto più cara: reputazione e lavoro. Ricordate la sanzione dell’Autorità garante (AGCM) e, soprattutto, la valanga di polemiche e contratti saltati. 

Ora, se sei un fundraiser, questa roba non è gossip. È un caso di scuola su come si rompe (e come si gestisce male) il patto di fiducia quando metti la beneficenza dentro una macchina commerciale.

Il “Pandoro Pink Christmas” e le uova di Pasqua erano prodotti venduti con una narrativa solidale: “comprando fai del bene”. Il nodo, riportato dall’AGCM, è che ai consumatori veniva fatto intendere che l’acquisto contribuisse alla donazione per l’Ospedale Regina Margherita; invece la donazione (50.000 euro) risultava già fatta prima, da Balocco, e non era legata alle vendite come il pubblico poteva credere. Non serve essere giuristi per capire la frizione: non è questione di cavilli, è questione di percezione della promessa.

Qui entra la parte che non posso edulcorare: smettiamola di chiamarlo “errore”. L’errore è quando sbagli una data su una newsletter. Qui parliamo di una scelta di comunicazione e di posizionamento: usare il linguaggio della causa (che attiva fiducia e senso di partecipazione) per spingere un prodotto. Può essere legittimo, certo. Ma allora devi essere maniacale sui dettagli, perché stai usando una cosa delicata: il credito morale degli altri.

Il punto che molti non vogliono vedere è questo: la reputazione non è un premio che ti danno se sei simpatico. È un asset operativo. Serve a far funzionare il business, serve a far funzionare una nonprofit, serve a far funzionare una partnership. Quando salta, non salta “l’immagine”. Saltano i numeri. Saltano i partner. Saltano le opportunità.

E qui torna l’empatia. Perché Ferragni, a prescindere dal processo, ha pagato una cosa che in Italia non perdoniamo: essere diventata il simbolo di una furbizia percepita come “sfruttamento della beneficenza”. E quando sei quel simbolo, qualunque cosa tu faccia dopo viene letta con il filtro “ci sarà la fregatura”. È il famoso punto di non ritorno: non importa più cosa dici, importa cosa la gente pensa che tu stia cercando di fare.

Dopo lo scandalo, Ferragni ha parlato di “errore di comunicazione” e sono arrivate cifre importanti di risarcimento/donazione in contesti collegati (oltre alle sanzioni amministrative). Anche qui: non mi interessa fare il moralista. Mi interessa il meccanismo. Quando il danno è reputazionale, la riparazione non è “spiegare meglio”. La riparazione è dimostrare, con fatti e trasparenza, che hai capito dove si è rotto il patto.

E adesso guardiamola dal lato nonprofit, che è quello che mi interessa davvero. Le campagne “cause-related” hanno un rischio strutturale: la nonprofit prende il lato “pulito” della storia (il bisogno, i bambini, l’ospedale, l’autismo), mentre la parte commerciale si prende il lato “sporco” (prezzi, margini, influencer, contratti). Finché va bene, tutti sorridono. Quando va male, la nonprofit viene trascinata nel fango anche se ha fatto tutto correttamente, perché il pubblico non distingue: vede “beneficenza + soldi + famoso” e decide che qualcuno lo sta prendendo in giro.

Questa è la lezione pratica per chi fa fundraising e per chi firma partnership: non puoi delegare la fiducia al marketing. La fiducia la governi. E governarla significa tre cose, molto concrete.

  1. Promessa chiara e misurabile. Se dici “comprando aiuti”, devi scrivere (in modo leggibile, non in corpo 6) quanto va alla causa, quando, a chi, con quale meccanismo. E devi poterlo dimostrare senza arrampicarti sugli specchi. L’AGCM ha sanzionato proprio l’ambiguità percepita di quel messaggio.
  2. Separazione netta tra storytelling e condizioni economiche. Se la donazione è fissa e non legata alle vendite, lo dici subito e lo ripeti. Perché il pubblico interpreta “edizione benefica” come “una parte va in donazione per ogni acquisto”. Se non è così, devi essere esplicito, altrimenti ti sei già infilato nel vicolo cieco.
  3. Governance della partnership. La nonprofit deve smettere di essere “ospite riconoscente” e diventare controparte contrattuale adulta: controlla messaggi, controlla claim, controlla materiali, pretende report, pretende pubblicazione dei risultati. Perché quando scoppia la bomba, la nonprofit non ha la forza mediatica per difendersi.

Poi c’è la coda, che non è secondaria: i casi come questo spingono regolazione. La vicenda induce a un clima di maggiore attenzione su influencer marketing e comunicazione “solidale” (e alle conseguenze pubbliche e di settore).  Non è un dettaglio: significa che, per colpa di pochi, il costo di compliance sale per tutti. E indovina chi lo paga? Non il grande brand. Lo pagano le nonprofit piccole, che già faticano a fare una campagna decente.

Ecco perché dico che capisco l’empatia. Perché la “pena” più dura è quella che non finisce con un’udienza. È la pena del sospetto permanente. E quando ti capita, non ti salva l’autoassoluzione (“è stato un errore”), non ti salva neppure una pronuncia favorevole. Ti salva solo una cosa: ricostruire credibilità nel tempo, con disciplina e trasparenza.

In altre parole, il tribunale decide se sei colpevole; il pubblico decide se sei credibile.

CONDIVIDI L’ARTICOLO

Ogni domenica idee, storie, strategie sul fundraising. 500 parole alla volta.

I 10 articoli più letti

23 Giugno 2023

“La maggior parte delle persone preferirebbe camminare sopra i carboni ardenti piuttosto che chiedere soldi agli altri perché è ampiamente considerato un atto audace e presuntuoso pieno di potenziale imbarazzo” Questo è quanto dice Richard Levi dell’Alba University ed è una delle citazioni che ultimamente porto sempre con me a convegni e incontri. Bisogna dunque […]

25 Marzo 2023

Vi sembrerebbe normale che un critico cinematografico dopo aver visto un film desse una o cinque stelle solo in base alle ‘spese generali’ che la casa cinematografica ha avuto per realizzare la pellicola? Eppure questo è ciò che succede nel Nonprofit. Ci viene insegnato che le migliori organizzazioni nonprofit sono quelle che hanno basse spese […]

10 Marzo 2023

Il destino dell’essere umano è incontrare le persone. Ricominciano i convegni, le conference di persona (in foto sono al Philanthropy Experience di Catania). E’ importantissimo, quando si va a un convegno, utilizzare il convegno per quello serve: l’incontro di persona. Se andate solo per sentire le sessioni formative, usate il convegno solo per il 20% […]

28 Febbraio 2023

Saper chiedere bene una donazione è doveroso Ti senti in imbarazzo quando chiedi una donazione? Ti senti sbagliato quando chiami un potenziale donatore al telefono e sai che prima o poi dovrai sollecitare una sua donazione? Ritieni umiliante chiedere? Piuttosto che chiedere una donazione faresti qualsiasi cosa? Anche fotocopie per il tuo capo? Mi piacerebbe […]

3 Febbraio 2023

Mi capita sott’occhio, quasi per caso, questa poesia di Montale. L’avevo già letta (Montale, il poeta della malinconia, del senso religioso, del perché stare al mondo… lo leggevo sin da bambino, ma proprio da bambino, penso alle elementari, l’ho sempre letto e per certi versi, per come potevo, capito). Rileggo questa poesia e penso al […]

2 Febbraio 2023

C’è una foto che ho rivisto, qualche giorno fa, in un libro del 1986. Avevo 20 anni al tempo… E’ una foto che mi rappresenta bene e a cui sono sempre stato particolarmente affezionato. Il Papa veniva a Forlì e io avevo deciso che avrei voluto dargli la mano. Non avevo dubbi sul mio obbiettivo. Volevo stringergli […]

29 Dicembre 2022

Questo cartello l’ho fotografato in un bar. E’ all’interno di un piccolo centro commerciale, ma di quei centri non proprio splendenti, che non ci va una montagna di gente. Un piccolo barettino, gestito con un sorriso da una proprietaria, che è così come la racconta. Non promesse non mantenute. Semplicemente la descrizione di quello che […]

19 Agosto 2020

Vorrei partire prendendo di petto una domanda basilare la cui risposta ho forse data per scontata: che cosa è il lavoro? È importante farsi spesso questa domanda, specie in vacanza in cui hai un po’ più tempo libero, perchè poi quando lavori rischi di non chiedertelo mai. Per rispondere a questa domanda c’è solo un modo: guardare alla nostra vita. Chi sono […]

5 Giugno 2019

La pratica della raccolta fondi, pur facendo ormai parte integrante della cultura, e della necessità di molte organizzazioni non profit, non è ancora sufficientemente compresa. Spesso è mal rappresentata e troppo spesso vista con sospetto ed apprensione dai responsabili delle organizzazioni non profit, specialmente dai consiglieri di amministrazione. E così il fundraiser, troppo spesso, si sente […]

9 Gennaio 2016

Ogni volta che sperimento il blocco dello scrittore, smetto di scrivere… con le mani: e inizio a scrivere con le gambe. – Mokokoma Mokhonoana   Tutti parlano (e straparlano) di storytelling. Se vuoi fare fundraising, sempre più, occorre che tu sappia raccontare una storia. Vera. O diventi anche uno scrittore, o buona fortuna! Mi sa […]

SCRIVERE È UNA DELLE MIE PASSIONI

Iscriviti alla mia Newsletter

Riceverai ogni tot. (non tutte le settimane, ma solo quando ho qualcosa di utile da condividere)
idee, storie, strategie sul fundraising.