Una volta ho fatto una campagna di crowdfunding per raccogliere i soldi per un furgoncino nuovo della Caritas. E mi sono messo d’impegno usando tutti i miei contatti personali.
Una persona che aveva ricevuto la mia richiesta mi ha scritto (testuale): “Sai quante realtà ci sono che rischiano di rimanere senza furgoncino?? E quindi perché mai dovrei donare per una comunità a cui TU sei legato, e non IO? Anzi, la richiesta risulta quasi fastidiosa e discriminatoria. Il beneficiario di questo messaggio risulti essere tu e non la Caritas di Meldola”.
Che ci posso fare… è una critica, ma evidentemente non è il mio target. Uno che risponde così piccato, che utilità può avere per la tua causa? Nulla! Meglio lasciar perdere.
Una volta mi occupavo di una piccola fondazione culturale. Avevo lanciato una campagna per restaurare un bene e puntato su imprenditori locali, famiglie che frequentano il teatro, ex studenti, gente che ha un legame con quel posto. Arriva il commento: “Ma con tutti i problemi sociali che ci sono, spendere soldi per l’arte è immorale”.
È una critica coerente, magari anche nobile. Ma non è il target. Il target è chi vive quell’opera come identità, comunità, bellezza condivisa. Se provi a convincere il critico, ti snaturi e spacchi il posizionamento. Se invece chiarisci “per chi è” e “perché”, salvi la campagna e rendi l’organizzazione più credibile.
C’è una verità che fa male, ma ti libera: non si può piacere a tutti.
Ci ho messo un po’ di anni a capirlo, ma a un certo punto uno deve dirselo, specialmente se passa la vita a comunicare, raccontare, spiegare, ecc… E nel fundraising questa cosa vale doppio, perché se provi a piacere a chiunque finisci per non essere utile a nessuno.
Quando arriva una critica “ragionata” (non l’insulto da tastiera), la prima domanda non è “come mi difendo?”. È: “Chi mi sta parlando?” Se quello che hai scritto, fatto o proposto era davvero per una persona con speranze, bisogni e aspettative simili… e quella persona non ci si riconosce, allora la critica è oro: ti dice che hai sbagliato messaggio, tono, promessa o prova.
Non hai “subito” una critica: hai ricevuto un test gratis.
Ma se il tuo lavoro non era per quel tipo di persona, allora puoi fare una cosa adulta: perdonare te stesso (e anche lui/lei). Non perché “tutte le opinioni valgono”, ma perché non stai facendo beneficenza al giudizio altrui. Stai scegliendo un pubblico. E scegliere un pubblico significa anche scegliere chi non lo è.
Questa è la parte difficile: lasciare alle persone una via d’uscita.
Non umiliarle, non combatterle, non fare il post piccato. Dire, con calma: “Capisco. Questa proposta non è per te. È per chi vuole ottenere questo risultato, in questo modo.” È un gesto di rispetto. E anche un gesto di strategia.
Nel nonprofit italiano abbiamo un problema storico: ci vergogniamo di scegliere. Ci sembra “poco etico” dire “questa campagna è pensata per…”. In realtà è il contrario: la vaghezza è quello che ti porta a promettere tutto a tutti, poi a non mantenere niente.
E alla fine a tagliare investimenti, persone e qualità solo per evitare critiche sul “costo”.
È esattamente il tipo di distorsione che ammazza il settore.