Io vado all’IFC. Voi cosa fate?

IFC

Sono quasi 20 anni che vado all’International Fundraising Congress, e anche quest’anno ci sarò.

E il motivo è molto semplice. È una fonte di ispirazione di inestimabile valore.

Non mi stancherò mai di dirlo, e badate bene che lo faccio continuamente alle lezioni del Master in Fundraising, che le tecniche, il come si fa, le meccaniche, gli strumenti, l’uso del database, sono importantissimi. Dovete saperle bene. Tutto il resto si copia.

E lo potete fare solo facendo network, creando relazioni.

Partecipare all’IFC vi permette di fare tutto questo. Ogni incontro è una sorpresa. Nasce un’amicizia, un’occasione di lavoro, si condividono idee ed esperienze. Potete imparare, fare network, prendere ispirazione dai grandi player internazionali. Ma non solo. Abbiamo l’occasione di fare vedere quanto siamo diventati bravi noi italiani a fare fundraising.

All’IFC si respira la voglia di condividere, ci si sente attori protagonisti del cambiamento del

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La malattia del Fondatore…

Qualche giorno fa uno studente del Master in Fundraising che dirigo all’Unibo, mi diceva: “Sono incasinato, è un periodo che vorrei fare tantissime cose ma il mio peggior difetto è che non so scegliere”. Gli ho detto: “Fai una scelta. Poi giusta o sbagliata che sia, almeno l’hai fatta. Ed è una cosa solo tua. Non te la toglierà nessuno. Hai sbagliato? Pazienza. Amen! Ma almeno sei andato avanti. Così cosa fai? Niente. Sei morto. Sei fermo al ‘da dove sei venuto’.”

Ci pensavo, ma questo capita quotidianamente nel nonprofit (o in politica, persino in famiglia) in tutte quelle organizzazioni che si fossilizzano sul fondatore, da dove vengono. È un problema.

Il fondatore è di passaggio. Deve lavorare affinché lasci la sua eredità a qualcuno quando non ci sarà più.

È inevitabile. Mettetevelo bene in testa. E lavorate affinché la vostra organizzazione sopravviva a lui/lei.

Rimarrà il nome, rimarrà l’idea,

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Change.org la scandalo estivo del nonprofit (non del nonprofit) che ci mancava…

Ed ecco lo scandalo estivo sul nonprofit. Ci mancava! Per fortuna qui il nonprofit non c’entra proprio niente! Un giornalista intelligente scopre che un’azienda profit, ripeto profit, dal nome di Change.org vende le email di coloro che hanno firmato nel suo sito le petizioni per “cambiare” il mondo.Change.org (anche se usa il suffisso .org) è un’azienda PROFIT, ha soci azionisti, dividendi, proprietari. Vende servizi al nonprofit.
Quello che fa è tutto legale.
Dal punto di vista dell’etica utilitaristica nessun problema “Change produce un risultato e se lo fa pagare”. Ma è sufficiente? Il nonprofit non si basa solo sull’utilitarismo.
Il nonprofit si basa sull’etica delle virtù.
L’etica utilitarista fa leva sulle motivazioni estrinseche del nonprofit. L’etica delle virtù fa leva sulle motivazioni intrinseche di chi ci lavora.
Per l’etica utilitarista il nonprofit è solo un mercato.
Per

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Nizza, Stati Uniti, Islam ed Europa

Ho vissuto oltre 5 anni della mia vita negli Stati Uniti (il 10% della mia vita…). Ero un Italiano, immigrato, poveretto e un po’ sfigato. Gli americani? Mi fan morire dal ridere! Sì è vero, non ne condividevo e non ne condivido alcune ipotesi e logiche, imperialisti?, sbruffoni?, troppo sicuri di se?, potete trovare tutti i difetti del mondo a questo popolo, ma perbacco, in quegli anni, il mio unico pensiero è sempre stato quello di condividere la mia precisa identità con la loro precisa identità.
Uno per uno.
Un americano alla volta.
In altre parole ho cercato di “integrarmi” con loro, perchè li rispetto, anche se sono diversi, e non ne condivido idee e modi di fare.
Ho cercato di capire perchè amano il barbecue, sono andato a vedere il football (che non mi piace) solo perchè volevo capire e interagire con loro. Ho

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To love or not to love? This is the question.

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Nel mondo del fundraising, ciclicamente, ci si interroga su come deve essere il rapporto con il donatore.

Cambiano i tempi. Cambiano i modi. A me sembra piuttosto che cambino le mode. E a me le mode non piacciono. Durano il tempo di una stagione e poi cambiano.

Io ho una mia idea. Non è una idea statica. Ma non cambia da una stagione all’altra. Si adatta alle situazioni.

Come dovete trattare il vostro donatore? È molto semplice. Dovete costruire con lui una relazione. Vi dico di più. Dovete costruire un matrimonio di interesse (lo dico sin dal mio primo libro sul fundraising, “Fund raising per le organizzazioni non profit” pubblicato nel 2000).

Di interesse reciproco ovviamente. E se in un matrimonio non c’è amore, che matrimonio è?

E su cosa si basa la relazione con il vostro donatore? Senza dubbio sul rispetto. Che è la base del rapporto

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Donatore giovane vs. donatore anziano:
uno scontro impari

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Tutti vorremmo donatori più giovani. E magari anche belli e ricchi!

L’idea di molti è: prima iniziamo a coltivare un donatore, più probabile il fatto che continuerà a sostenerci in futuro.

Teoricamente può anche essere vero. Ma in realtà questo discorso non sta in piedi.

Sappiamo per certo che vale la pena investire sui donatori intorno ai 40 anni: il face to face ha portato moltissimi di loro a donare. Ma possiamo dire lo stesso dei più GIOVANI?

Per rispondere, basta dare un’occhiata al vostro database.
Vedrete che in generale i donatori sopra i 40 anni tendono ad avere:

  • Una media di donazioni più alta
  • Una probabilità di seconda donazione più alta
  • Una retention più alta (specie per le donazioni mensili)
  • Somme raccolte più alte (durante gli eventi)
  • Probabilità di sostenere ancora durante un evento più alte
  • Un Lifetime Value più alto
  • Probabilità di

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Smettetela di parlare dell’anniversario dell’organizzazione (20 anni? 30 anni? E allora?)

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o di quanto sono famose, brave e buone le persone del vostro Consiglio di Amministrazione.

Basta parlare delle conferenze o dei seminari che abbiamo organizzato o dei premi (tipo bollino blu…) per il miglior “qualcosa” (bilancio, servizio, website, ecc) che abbiamo vinto.

Ma chissene….!

Le persone vogliono sapere se noi facciamo qualcosa di BELLO. Di UTILE. Vogliono sapere se il poco o il molto che hanno dato serve a qualcosa. Non vogliono vedere le foto dei Consiglieri di Amministrazione! Vogliono vedere le cose come sono cambiate!!

Fare fundraising è molto più semplice se impariamo a pensare come un DONATORE.

I giorni in cui bastava che le nonprofit facessero del bene e lavorassero come si deve per ottenere donazioni sono finiti.

Oggi, le persone vogliono sapere che stiamo facendo la differenza: che i loro SOLDI stanno facendo la differenza.

Questo significa che non possiamo continuare ad usare

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Begli esempi di come far sentire il donatore apprezzato per quello che ha fatto

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Grazie. Serve sempre.

Il GRAZIE, nel fundraising è tutto. Ci ho persino scritto un capitolo di un libro sull’importanza del grazie (a proposito, per chi vuole saperne di più ecco l’elenco dei miei libri). Ho tantissimi esempi di come ringraziare da vedere e da farvi vedere (due sono sotto), ma forse in estrema sintesi direi che le cose importanti sono:

  • CONOSCERE  –   mostrare che sappiamo chi è il donatore, che lo conosciamo;
  • CAUSA  – ricordare gli obiettivi per cui abbiamo chiesto la donazione: sapere ciò di cui si parla;
  • IMPATTO –  raccontare bene perché tu sei stato importante.

Ieri ho ricevuto una lettera di ringraziamento per una donazione (di tempo) che ho fatto.

Ciao Valerio, volevo esprimere il mio più sincero e profondo grazie per la tua presenza oggi a Milano con i vertici di XXX. Non era una cosa dovuta e

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Politici e Fundraiser, parlano la stessa lingua?

Dovrebbero. Anche se la loro mission è certamente diversa, entrambi hanno lo stesso obiettivo: persuadere il loro interlocutore. Chi è impegnato nelle nonprofit dovrebbe ispirarsi ai comunicatori politici poiché quando aprono bocca non lo fanno mai a caso. Almeno per quanto riguarda l’utilizzo delle parole. A suggerire questo interessante spunto è lo scrittore George Crankovic che ha recentemente pubblicato alcune osservazioni. Vediamole assieme:

  • I politici usano specifiche tecniche per suscitare applausi. I loro discorsi sono strutturati in modo da scatenare fragorosi battiti di mani. Ovviamente l’obiettivo del fundraiser non è quello di ottenere applausi, ma è comunque qualcosa di simile. L’imperativo è emozionare!
  • Servitevi del contrasto positivo vs negativo. Quante volte abbiamo sentito pronunciare dal leader di turno: “Il fatto è che viene speso troppo per le munizioni da guerra, e troppo per le munizioni di pace”?
    Applichiamo questa strategia comunicativa alla raccolta fondi e il

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“Che il Festival siano tre giorni intervallati da una storia di una anno!”

E adesso si parte per la decima edizione.
Chi vorreste alla plenaria finale? Jovanotti? Gianni Morandi? o magari Renzi? o Kofi Annan? O Marchionne che discute con un sindacalista? O magari uno sconosciuto e silenzioso operaio della croce che tutti i giorni assiste e cura con amore le persone con disabilità, una per una, una per una, una per una? Una mamma che manda avanti la famiglia con budget “limitati”? O magari un pensionato che con la sua risicata pensione riesce ugualmente a donare 5 euro al mese, per le cause che sostiene e in cui crede?
Tutti siamo rimasti colpiti per le due testimonianze finali di Cairo e Naimu, uomini straordinariamente, normali. E occrre davvero ringraziarli.

Ma quello che più mi ha colpito è stata la straordinaria vocazione che ognuno di voi esprime nel suo lavoro.

Al termine del Festival, sono sono stato, con

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