Ogni anno, dopo il Festival del Fundraising, mi riposo. Non solo perché sono stanco. Mi riposo perché, per me, quei tre giorni sono i più intensi dell’anno. I più appassionanti. I più pieni. I più dedicati. E ogni volta mi torna in mente una cosa semplice: questo è il mio modo di donare.
Non sto parlando del dono in senso retorico. Non sto dicendo: “Guardate quanto sono generoso”. Non c’entra il fatto che qualcuno, alla fine, venga a dirmi “bravo”. C’entra una cosa molto più concreta. Nella vita, a un certo punto, ti chiedi: io cosa so fare davvero?
Io non so fare il direttore generale di Stellantis.
Non so fare il fabbro.
Non so fare il falegname, anche se mi piacerebbe moltissimo.
Non so fare il medico.
So fare poche cose. So correre e forse so andare in bicicletta.
E poi, in qualche modo, sono capace di raccogliere idee. Metterle insieme. Scegliere un filo. Sintetizzarle. Restituirle. Questo, probabilmente, è il mio talento.
E il Festival del Fundraising è il luogo in cui provo a metterlo a disposizione della mia gente. Del settore che ho scelto. Della comunità professionale a cui appartengo. Della mia famiglia di lavoro. Perché il Festival, per me, non è una convention. Non è una sequenza di sale, speech, relatori, badge e cartelloni.
È un puzzle costruito durante l’anno. Pezzo dopo pezzo. Scegliere gli ospiti delle plenarie. Scegliere i relatori. Cercare le storie giuste. Le intelligenze giuste. Le provocazioni giuste. Le persone che possono lasciare qualcosa.
Quest’anno, per esempio, la plenaria di Bebe Vio è stata eccezionale. Lo dico senza esagerare: è una delle giovani donne più intelligenti che io abbia mai incontrato. A 29 anni ha una forza, una lucidità e una positività da cui c’è moltissimo da imparare.
Poi c’è stata la professionalità di Alan Clayton. La verità di Cristiano Cavina, con quella sua bellezza semplice e disarmante. Le lacrime di Gino Cecchettin, e il suo dolore infinito, ma con uno scopo. Il discorso di Alessandra Piccioni all’’Italian Fundraising Award. Le ultime esaltanti parole di Paolo Cevoli nel finale.
E tutti gli altri incontri, grandi e piccoli, che durante l’anno si sono coagulati lì.
Perché il Festival del Fundraising è questo: un coagulo di informazioni, emozioni, intuizioni, incontri, idee. Tutto raccolto, ordinato e restituito a chi lavora nel nonprofit, perché possa usarlo. Portarlo a casa. Farlo diventare lavoro, pensiero, energia, coraggio.
A volte ci prendo. A volte no. A volte faccio errori. A volte, per fortuna, un po’ meno. Ma non è questo il punto.
Quello che mi abbatte o mi dà entusiasmo non è il giudizio sull’evento. Non fino in fondo. Quello che mi riempie di gioia è un’altra cosa: sapere che quei tre giorni sono i miei giorni di dono. I giorni in cui, insieme a Elisa e a tutto il gruppo di persone che costruisce il Festival, proviamo a dare al settore tutto quello che riusciamo.
Non mi passa mai, mai per la testa l’idea di “vendere qualcosa a qualcuno”. Per me è chiarissimo: il Festival del Fundraising è un gruppo di persone che si mette al servizio di un mondo.
Il mondo nonprofit. Il mondo del fundraising. Il mondo di chi, ogni giorno, prova a tenere insieme risorse, cause, relazioni, comunità, futuro.
Ecco, io so fare questo. So raccogliere idee. So metterle in fila. So costruire un percorso. So provare a creare le condizioni perché altri ne facciano buon uso: le prendano, le trasformino, le portino dentro le loro organizzazioni.
Lo faccio da 19 anni al Festival del Fundraising. E ogni anno, quando finisce, sono stanco. Ma è una stanchezza buona, quella che mio babbo diceva a fine giornata: “stasera sono stanco Valerio, ma è una stanchezza senza ombra”. Di quelle stanchezze che ti svuotano e ti riempiono nello stesso momento.
Perché alla fine, forse, è proprio così. È donando quello che sai fare che ti riempi.