L’intelligenza artificiale nel fundraising può essere utile per molte cose, ma c’è una linea rossa che un fundraiser non dovrebbe mai oltrepassare: quella delle relazioni autentiche. Quando usiamo l’AI per simulare la connessione umana, non stiamo più facendo fundraising. Stiamo facendo finta.Ecco i tre tradimenti che nessun fundraiser serio dovrebbe accettare.
1. Il tradimento della fiducia
La filantropia è una questione di fiducia. Un donatore non dà soldi a una causa, dà soldi a una persona che rappresenta quella causa. Se scopre che quella persona è un algoritmo, la fiducia si rompe. Lo dico sempre: una persona dona a una persona per aiutare un’altra persona.
Immagina questo scenario: un grande donatore riceve una tua email, scritta con il tuo tono, con un riferimento personale alla vostra ultima conversazione. Risponde con una domanda più articolata. Ma non sei tu a rispondere, è un bot. Magari nemmeno te ne accorgi, perché l’AI lo fa bene. E il donatore?
Prima o poi lo scoprirà. E quando lo farà, il messaggio che riceverà non sarà: “Wow, che tecnologia avanzata!”Sarà: “Mi hai preso in giro.”
Una relazione di fiducia si basa sulla trasparenza. Non possiamo dire a un donatore: “Credi in noi, fidati di noi, metti la tua eredità nelle nostre mani” e poi rispondergli con un software senza dirglielo. Il fundraising è un patto umano. Sostituire il “tu” con un “esso” è un tradimento.
2. Il tradimento del contesto
L’AI funziona con i dati. Ma i dati sono solo numeri, non esperienze. E quando si parla di donatori, il contesto è tutto.
Facciamo un esempio concreto.
Un fundraiser esperto sa che il donatore X non risponde mai il martedì perché è l’anniversario della morte di sua moglie. Sa che la donatrice Y non sopporta le telefonate prima delle 10 del mattino perché ha un figlio con disabilità e la mattina è un caos. Sa che il donatore Z apprezza l’ironia e le battute dirette, mentre il donatore W si offende facilmente.L’AI, invece, si basa sulle probabilità. Se il 70% dei donatori risponde bene a un determinato approccio, l’AI lo suggerisce. Ma cosa succede quando il restante 30% si sente ignorato, frainteso, trattato come un numero?
L’AI non può capire le sfumature di una relazione. Non sa leggere il non detto. Non sa ascoltare un silenzio.
E se non sa ascoltare, non può fare fundraising.
3. Il tradimento dell’etica
L’AI non ha una coscienza. Noi sì. E dobbiamo usarla. Esistono due modi di utilizzare l’intelligenza artificiale nel fundraising:
1. Come strumento di supporto, per analizzare dati, suggerire strategie e semplificare il lavoro ripetitivo.
2. Come sostituto delle relazioni umane, per rispondere ai donatori, scrivere email personalizzate, gestire conversazioni.Il primo è utile, e lo uso tantissimo. Il secondo è pericoloso, (e uso moltissimo anche questo, ma soltanto perche ti scrive le cose e ti fa risparmiare tempo: ma le idee, la logica, il discorso, glielo dico io come deve essere. Cioè è come se usassi un Foglio Excel, ci metto dentro i numeri e lui fa i calcoli. Ma i numeri li metto io.)
Se non dichiariamo ai donatori che stanno parlando con un’AI, li stiamo ingannando. È come spiare qualcuno dalla finestra e poi fargli credere di averlo capito.
E se oggi iniziamo con le email automatiche, domani cosa faremo? Simuleremo le nostre voci? Creeremo ologrammi che stringono mani ai grandi donatori? Manderemo avatar ai gala di raccolta fondi?Il punto non è essere contro l’innovazione. Il punto è non perdere di vista chi siamo.
Usiamo pure l’AI per:
• Analizzare dati e trovare nuovi potenziali donatori.
• Ottimizzare il nostro tempo, liberandoci da task ripetitivi.
• Supportare il nostro lavoro, non sostituirlo.
Ma ricordiamoci sempre che il fundraising non è un trucco. È un rapporto vero. E le relazioni non si simulano. Si vivono.