Volontariato: che brutta parola.
Come certi annunci: “Cercasi volontario”: ma che assurdità! È un po’ come se per cercare un dipendente uno dicesse: “Cercasi retribuito”.
Lo si contrappone, spesso, al dipendente. Uno gratis e l’altro pagato. Uno con tanta volontà di fare, l’altro obbligato dallo stipendio!
Uno che non posso comandare, che non risponde a nessuno: “è un volontario, fa quel che può”, l’altro che deve obbedire: “è pagato, vorrei vedere che non fa quello che dico io”. Oppure, peggio ancora, trattiamo i volontari come dipendenti non pagati!
Il bello del volontario è che possiamo decidere di usarlo per tanti motivi, i più vari, ma di certo non come “sostituto” del personale retribuito.
Pensare che un volontario possa essere un sostituto non pagato di un lavoratore retribuito, è come pensare che una Ferrari possa servire per andare a fare la spesa! Che errore!
Un mio amico di New York una volta mi ha raccontato una cosa che gli è successa come volontario, che forse spiega bene, in meno di 500 parole, perché un volontario può fare la differenza. Questo racconto l’ho intitolato: “Salvate il soldato Ryan, anzi no, solo le sue scarpe!”.
Il mio amico aveva deciso di fare attività di volontariato presso la locale stazione di Vigili del Fuoco. In America è frequente, specie nei piccoli paesi. Si era preparato bene, aveva frequentato mesi di corsi di formazione. Dopo parecchio lavoro era finalmente diventato un vigile del fuoco volontario, e, ottenuto il patentino, era pronto per scendere finalmente sul campo.
E così avvenne.
Una notte, verso le 2, il cellulare suonò, e la caserma dei pompieri lo chiamò per andare in soccorso. Si trattava di un incendio. La tensione e la voglia di fare bene era tanta ma le aspettative, ahimè, vennero tradite.
Non solo non gli venne chiesto di fare parte dell’azione, ma una volta spento l’incendio e messa in sicurezza la casa, il capo dei vigili del fuoco si accorse che una delle sfollate era fuori di casa con le pantofole, ma senza le scarpe. Ecco il suo primo incarico: “Vai in casa a recuperare le scarpe della signora”.
Lui si disse: “Va bene non salvare una persona, e nemmeno un gatto o un canarino, ma che il mio incarico sia quello di “salvare le scarpe” è davvero desolante!”.
Tornò a casa un pò abbattuto. In fondo non gli sembrava di aver fatto niente di speciale.
Qualche settimana dopo arrivò una lettera alla locale caserma dei vigili del fuoco, in cui una persona ringraziava di cuore, per averle salvato la casa dall’incendio, ma soprattutto per la gentilezza e delicatezza che i pompieri avevano avuto nel portarle le scarpe.
Un piccolo gesto, non passato inosservato.
La lettera venne appesa, incorniciata, nella stazione dei vigili del fuoco.
Il volontario non è il principe dell’azione (molte volte tutta l’attenzione va al donatore o al beneficiario, o peggio ancora al presidente dell’organizzazione nonprofit). Il volontario non sempre riesce a poter usare tutta la sua competenza e voglia di fare (le organizzazioni nonprofit sono spesso ottuse e limitano il loro ruolo).
Al volontario tocca il ruolo ingrato di essere al servizio di tutti, pensando, a volte di non servire a niente.
Penso che molto più di grandi leggi e proclami, saranno i tanti volontari che ogni giorno “salvano le scarpe”, che innoveranno il mondo nonprofit, e non solo!
A questo servono i volontari, e anche in una società perfetta, in cui ci sono soldi abbondanti per coprire ogni servizio con l’adeguato personale, ci sarebbe bisogno di quella speciale classe di persone che si chiama “volontario”.