Circa 6 mesi fa allo riunione di staff in ufficio ero convinto di una cosa:
« Chi non usa ChatGPT per scrivere le email, sta sprecando tempo.
Smettetela di scrivere le email. Fatelo fare da CHAT ».
Ero proprio carico e convinto di questa sentenza. E invece… mi sbagliavo. Mi sbagliavo io. Solo io. Ma molto. Ora non sopporto più le email “perfette” scritte dall’AI, quando (anche dagli amici, o in ufficio) mi arrivano email scritte evidentemente dall’AI, sono infastidito. Sono educate, pulite, ordinate… con tutti i bei grassetti, lunghe, e completamente senza tono. Una pessima sensazione.
Ero proprio carico e convinto di questa sentenza. E invece… mi sbagliavo. Mi sbagliavo io. Solo io. Ma molto. Ora non sopporto più le email “perfette” scritte dall’AI, quando (anche dagli amici, o in ufficio) mi arrivano email scritte evidentemente dall’AI, sono infastidito. Sono educate, pulite, ordinate… con tutti i bei grassetti, lunghe, e completamente senza tono. Una pessima sensazione.
Ho mandato un’altra email la settimana scorsa a tutto il mio ufficio:
« nelle comunicazioni interne fra di noi NON scriviamoci piu usando ChatGPT. Vietato! »
Poi mi capita la lista dei “segnali che un testo è scritto dall’AI”. Viene da Wikipedia (l’ho letta nella newsletter di Francesco Oggiano, leggetela qui), e mi ci ritrovo dentro fino al collo. Sono esattamente le cose che mi danno fastidio, che non le reggo: Tono piatto, prose infinite, zero aneddoti personali, enfasi teatrale (“epocale”, “storico”, “di enorme significato”), frasi da manuale (“è importante notare che”), connettori burocratici (“tuttavia”, “pertanto”), bullet point a raffica, la famosa lineetta emme — che nessuno usa nella vita reale, e la regola del tre ovunque (“semplice, efficace, innovativo”).
E io sono un grande fan della IA, come lo ero di Excel, o di Windows quando e’ arrivato (si sono vecchio… questi esempi lo indicano bene), allora mi sono detto:
Io voglio usare ChatGPT per farmi dare una mano a: (adesso userò anch’io il famoso elenco puntato da tre e le lineette da chatgpt)
- tagliare ciò che non serve
(che poi qualche ripetizione ogni tanto non è mica male…)
- mettere ordine quando ho scritto come un pazzo
(uei, questo è utile specie nel mio caso che butto giù come viene viene)
- generare una bozza grezza
quando sono stanco o in viaggio.
L’altro ieri Giulia che lavora con me ha scritto una email a una relatrice del Festival per invitarla, in cui ha messo qualcosa tipo: “ah comunque, guarda anche mia sorella le è successo questo, l’altro giorno, e di certo ti capisco bene”. Mi ha chiesto: “La mando? O troppo personale?”. Mandala! Bella. Vera. (E Chat non può sapere che la sorella di Giulia è in Ucraina per lavoro). Bellissima!
La verità è che l’AI ti rende più veloce, ma non più vero. E nel fundraising, la verità conta più della velocità. Perché un donatore che ti sente falso scappa. Ci vuole il mio modo di pensare, la mia vita (ho quasi 60 anni e ne ho viste di cose e ho tantissimi esempi per ogni cosa che mi capita) le mie storture, i miei aneddoti… quella roba lì la devo mettere io.
Quel dettaglio che rende il testo vivo. Quel tono che dice: “sì, questo è stato scritto da una persona, non da un algoritmo”. Non voglio essere perfetto. Voglio essere presente. E riconoscibile. Perché alla fine, nel fundraising vincono sempre quelli che sanno metterci la faccia fino in fondo.