TINA. “There Is No Alternative”. Non ci sono alternative.
Una formula perfetta per far passare qualunque sistema come inevitabile. Funziona in politica, nell’economia, nelle organizzazioni nonprofit. E funziona, ahimè, benissimo anche nel fundraising.
“Non possiamo investire, non abbiamo soldi”. Falso. I soldi non sono quasi mai il vero problema. Le campagne di raccolta fondi falliscono perchè mancano fundraiser, non perchè mancano i donatori.
“Non possiamo chiedere di più ai donatori”. Ma chi l’ha detto? Sono proprio i nostri donatori, i nostri migliori alleati! Il fundraising è una questione di fiducia, e chi ha donato, donerà.
“Non possiamo assumere una persona dedicata”. E qui siamo al vertice della stupidità: si spendono diecimila euro per un video, per due social fatti male o per un po’ di fumo comunicativo, ma guai a mettere una persona anche solo part-time dedicata alla raccolta fondi sui grandi donatori.
“Non possiamo fare campagne più decise, dobbiamo essere meno diretti”. E invece si può eccome. Mi viene sempre in mente un racconto che mi fece Beatrice Lentati. Quando lavorava con Umberto Veronesi e stava per partire quello che sarebbe diventato uno dei primi mailing cartacei italiani, lui le disse più o meno così: “Dottoressa Lentati, scriva pure quello che vuole, ma non usi mai la parola cancro. Dica male oscuro, male incurabile, male gravissimo, ma non cancro. Gli italiani non sono pronti”. Forse allora era persino vero. Ma allora. Trenta anni fa. Adesso davvero vogliamo ancora raccontarci che non si possono fare campagne forti? Che non si possono dire le cose come stanno?
“Non possiamo cambiare approccio con le aziende”. Quindi cosa facciamo, non chiediamo, perchè loro sono “sporche” e noi siamo “puliti” e non ci dobbiamo confondere?
“Non possiamo uscire dal solito giro di eventi, bandi, conoscenze e speranze”. Tradotto: abbiamo un amico al ministero, uno in regione, uno in provincia, uno in comune, forse persino uno in quartiere, e continuiamo a tirare avanti così… ma si può?
La frase vera non è TINA ma: non ci sono alternative, a meno che non siamo disposti a sopportare un po’ di disagio nel breve periodo per cambiare il sistema.
Succede ogni giorno. Organizzazioni che dicono di voler crescere, ma guai a investire davvero… magari non vengono nemmeno al Festival del Fundraising, dove con 300 euro ti fai tre giorni pieni di idee, strumenti, immersione vera, contatti utili. E magari spendi 1000 euro per una brochure o 2000 euro per fare il sito nuovo (inutile).
Presidenti che chiedono miracoli, ma poi si spaventano davanti all’acquisto di un database fatto bene, all’investimenti in una campagna strutturata, a una figura professionale pagata il giusto, a una strategia pluriennale.
Non funziona così. Il fundraising non si improvvisa. Bisogna chiedere, costruire relazione, organizzare il lavoro, accettare anche una fase iniziale scomoda.
Se un’organizzazione vuole libertà e indipendenza, deve accettare che per crescere servano investimenti, competenze e coraggio. Non il culto sterile delle spese basse.
Il punto è semplice: molte organizzazioni nonprofit non hanno un problema di fundraising. Hanno un problema di coraggio.
E finché continuano a dire TINA: There Is No Alternative, stanno solo dando un nome elegante alla paura di cambiare.