Tutti vogliono fare fundraising eroico: salvare bambini, cambiare il mondo, finire sui giornali. Perché invece a volte capita di sentirsi inutili nel fundraising? Ti racconto un aneddoto.
Una volta, un mio collega alla Columbia University decise di fare volontariato presso la caserma locale dei vigili del fuoco. S’impegnò per mesi a seguire tutti i corsi previsti: alzatacce all’alba, studio matto e disperatissimo, bilanciamento complicato tra libri e famiglia. Finalmente ottenne il patentino di vigile volontario. Era carico come un vulcano, pronto a lanciarsi in azione.
E infatti, una notte alle due, squilla il cellulare: c’è un incendio nel suo quartiere. Il mio collega arriva per primo in caserma, sale sul camion, già s’immagina scena da supereroe. Ma la realtà a volte è crudele: una volta spento il fuoco, il capo dei vigili individua una persona sfollata, in pantofole e senza scarpe. E la missione del nostro aspirante eroe diventa – rullo di tamburi –: “Vai in casa a recuperare le scarpe della signora.”
“Non ho salvato un bambino o il gatto in pericolo,” pensò, “ho salvato… un paio di scarpe.” Tornò a casa un po’ deluso, convinto di non aver fatto nulla di speciale. Era uno di quei momenti in cui puoi sentirti inutile nel fundraising… o nella vita. Qualche settimana dopo, però, in caserma arriva una lettera: “Grazie di cuore per aver spento l’incendio, ma soprattutto per la gentilezza con cui mi avete portato le scarpe.” Una piccola scintilla di umanità che non era passata inosservata.
Quella lettera fu incorniciata e appesa al muro della stazione dei vigili del fuoco.
Ecco, ripenso a tanti straordinari fundraiser italiani: gente che lavora dietro le quinte, spesso con budget inesistenti, che deve convincere la direzione generale (che di solito pensa ad altro), la segreteria (che ti blocca pure le penne), i colleghi e le colleghe (che si litigano ogni centesimo) e i donatori (che a volte cambiano idea come fossero calzini). Sono professionisti che studiano, si formano, investono tempo ed energie… e poi li mettono a fare la telefonata scomoda o a recuperare la minuscola donazione mensile. In quei momenti, è facile sentirsi inutili nel fundraising.
Proprio come “salvare le scarpe”: un gesto apparentemente banale, ma con un impatto che può essere enorme, soprattutto per chi lo riceve.
Potrai anche non finire sulla copertina di “Time” con la medaglia al petto, ma chi ha imparato a “salvare le scarpe” sa che è lì che si gioca la vera partita: nei gesti umili, spesso non celebrati, ma capaci di generare gratitudine e fiducia.
Il fundraiser non è il principe dell’azione (molte volte tutta l’attenzione va ai volontari, o al donatore), il fundraiser non sempre riesce a poter usare tutta la sua competenza e voglia di fare (le organizzazioni nonprofit sono spesso ottuse e limitano gli investimenti e l’iniziativa). Al fundraiser tocca il ruolo ingrato di essere al servizio di tutti, pensando, a volte, di non servire a niente. Penso che molto più di grandi leggi e proclami, saranno i tanti fundraiser che ogni giorno “salvano le scarpe”, che innoveranno il fundraising!
Sì, “salvate le scarpe”. Perché a volte sono proprio quelle, più che i grandi fuochi d’artificio, a fare la differenza.