9 Febbraio 2026

Se vuoi fare fundraising serio devi scegliere una direzione, non una destinazione

Io ero “programmato” per una vita lineare: laurea, ufficio, carriera. Appena laureato ero in Confcommercio, tempo indeterminato, strada perfetta per tranquillizzare tutti.

Poi ho scelto di licenziarmi e partire per gli Stati Uniti per ricominciare a studiare. La paura non era “perdere soldi”. Era l’irreversibilità: non rientrare più nel mercato del lavoro, essermi giocato credibilità e futuro. Ci ho messo 12 mesi solo per decidere. L’incertezza ti mangia lo stomaco.

Il punto di svolta è stato semplice: i soldi si riguadagnano, il tempo no. E non si riguadagna l’occasione di provarci quando hai energia e lucidità. La paura non è sparita, ma ha smesso di comandare.

Poi arriva il conto: solitudine, crisi, giudizi. Quando molli la sicurezza perdi la rete. Non hai più capo, colleghi, il “ci pensano loro”. Sei tu. Ricordo un periodo negli Stati Uniti: budget che scendeva, prospettive opache, la tentazione di mollare e tornare “normale”.

Mi ha aiutato sapere che, se andava male, avevo comunque un tetto e una famiglia pronta ad accogliermi. Non è poco. Anche così, l’idea di tornare sconfitto ti fa male.

In mezzo c’era la sfida più ridicola e più seria: imparare da zero. Tentativi, errori, notti buttate. È lì che capisci una cosa che nel nonprofit dovremmo stamparci in testa: all’inizio non sai fare niente. Ma se inizi, ti muovi. E muovendoti impari.

Poi sì, ogni tanto arriva un colpo di fortuna. A me è arrivata una telefonata di Zamagni Stefano: “Apriamo il Corso di Laurea in Economia Nonprofit: se ti interessa torna subito che ti facciamo uno spazio”. Ossigeno. Ma non era magia: la fortuna ti trova solo se sei già in strada.

Perché ti racconto tutto questo come fosse fundraising? Perché è identico a ciò che succede quando un’organizzazione decide di crescere sul serio. Nel fundraising il “tesoretto” si chiama investimento: persone, strumenti, tempo, competenze. Il settore è pieno di enti che dicono “non possiamo permettercelo” e in realtà stanno dicendo “non vogliamo rischiare”. Poi però pretendono di raccogliere di più.

E c’è un’altra lezione: se non lasci l’ufficio, continui a ragionare da ufficio. Nel nonprofit significa restare incastrati nel mondo dei bandi e delle soluzioni “sicure”. E intanto la relazione con i donatori non si costruisce.

Io la chiamo direzione, non destinazione. Destinazione è “facciamo una campagna”, “apriamo un canale”, “organizziamo un evento”. Direzione è: chi vogliamo diventare per i nostri donatori nei prossimi 12 mesi. È scegliere una priorità e reggerla quando arriva la prima crisi. È accettare i bug: prima newsletter ignorata, prima richiesta andata male, primo incontro storto. Non è fallimento: è lavoro.

Ecco perché, quando sento dire “la gente non dona più”, mi viene da rispondere la cosa scomoda: forse non hai scelto una direzione. Stai solo cercando una destinazione nuova per sentirti in movimento.

La fiducia non si compra con le parole: si costruisce con scelte che costano.

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