C’è una frase famosa di Stalin che cito spesso in classe: «La morte di cento uomini è una statistica, la morte di un uomo è una tragedia». Stalin era un omicida, uno che di morte se ne intendeva fin troppo bene. Ma in questa frase aveva ragione: il nostro cervello non coglie la statistica, coglie la singola storia. E su questo noi fundraiser dobbiamo misurarci. Per convincere un donatore serve un volto, un nome, una voce. Puoi dire che in Italia ci sono cinque milioni di persone in povertà assoluta. Ma il donatore decide di donare solo quando incontra Ahmed, che a Bologna non può comprare le medicine per sua madre. Non è “giusto”, forse, ma è così che funziona. E in questo, arrivano tre preziose lezioni di fundraising da un film che ci parlano dritto al cuore.
Alla Mostra del Cinema di Venezia ha gelato la sala The Voice of Hind Rajab. Racconta la storia vera di una bambina di cinque anni morta a Gaza, rimasta ore intrappolata in un’auto insieme ai corpi dei suoi familiari. La sua voce autentica – registrata durante una chiamata alla Mezzaluna Rossa – porta lo spettatore dentro quell’agonia. Non è solo cinema. È una lezione anche per noi fundraiser.
Gli scienziati ci dicono che il cervello umano è incapace di reagire ai numeri grandi. Sappiamo che “18.000 bambini sono morti in ventun mesi di guerra”, ma non ne sentiamo il peso. È un’informazione sterile. Poi arriva la voce di Hind che sussurra: “Ho paura del buio”. Ed è lì che scatta il cortocircuito emotivo. Non sono più 18.000. È una bambina. È questa bambina.
Il film mostra anche l’altra grande trappola che conosciamo: la burocrazia. Gli attori interpretano i soccorritori che cercano di arrivare da Hind. Ma servono permessi, autorizzazioni, corridoi “sicuri” che non arriveranno mai. Hind muore in attesa che qualcuno si decida. Quante volte anche noi lasciamo che un progetto urgente si areni in riunioni, comitati, tavoli tecnici? Nel frattempo, la realtà non aspetta. Questa è la seconda lezione: nel fundraising bisogna agire. Non esistono “campagne nel cassetto”.
La raccolta fondi è sempre adesso.
Poi c’è la scelta narrativa della regista. Avrebbe potuto far interpretare a un’attrice la voce della bambina. Invece ha scelto l’originale. Crudo, spiazzante, ma vero. Nessuna voce recitata avrebbe potuto restituire la stessa forza. Anche qui la lezione è chiara: nel nonprofit troppo spesso edulcoriamo le storie per paura di disturbare i donatori. Ma la verità – anche quando scomoda – è la leva più potente che abbiamo. Non servono immagini scioccanti, ma nemmeno un racconto “addolcito” che cancella la durezza delle situazioni. È la verità che muove all’azione.
Tre lezioni, dunque: raccontare storie, agire senza rimandare, avere il coraggio di dire la verità. Non so se The Voice of Hind Rajab vincerà il Leone d’Oro, ma so che ha già vinto la battaglia che conta: ricordarci che dietro ogni numero c’è sempre una vita concreta.
Ogni volta che scriviamo una lettera, un post, una campagna, dobbiamo trovare la “nostra Hind”: la storia che rende tangibile ciò che altrimenti resterebbe invisibile.
Per approfondire: The Voice of Hind Rajab è il film che tutti ricorderemo di questa Mostra del cinema