Il matching gift è un meccanismo di raccolta fondi straordinariamente efficace, eppure mi sembra molto poco sfruttato in Italia. E’ nato nel 1954 grazie alla General Electrics Foundation e alla fine la sua logica era semplice: per incentivare le donazioni, l’organizzazione promise di “raddoppiare tutto quello che veniva raccolto per un determinato progetto nonprofit”.
Come funziona?
L’azienda promette: “Tu doni, io raddoppio.” Ogni euro vale doppio. Le persone si sentono coinvolte perché capiscono subito che il loro gesto ha un peso maggiore. Per le aziende è una scelta pratica: incentivano i dipendenti a partecipare, si schierano per una causa e mostrano di credere davvero in quello che dicono.
Un esempio concreto: il caso di Civitatis
Dopo i fenomeni meteorologici estremi che si sono verificati recentemente in Spagna, Civitatis (una famosa piattaforma digitale che opera in ambito turistico) ha lanciato una campagna di solidarietà attraverso cui, l’azienda raddoppiava ogni donazione – anche minima, a partire da 1 euro – con l’obiettivo di devolvere tutti i fondi alla Croce Rossa. Un approccio diretto, semplice e trasparente, che ha un duplice merito: raccogliere fondi per chi è in difficoltà e rafforzare il senso di comunità e appartenenza tra azienda, dipendenti e clienti.

Big Give ha fatto una ricerca interessante qualche anno fa. L’84% dei partecipanti a questo sondaggio era maggiormente propenso a effettuare una donazione in presenza di un meccanismo di matching gift. Ma non solo, hanno visto che questo meccanismo stimola a donare un contributo superiore anche di 2,5 volte rispetto a quello che si sarebbe altrimenti ipotizzato (per un donatore su tre). Sempre un donatore su tre ha dichiarato che il match funding è stata l’unica motivazione per quella donazione, e cioè che in assenza di questo meccanismo non avrebbero donato affatto.
Il potenziale inespresso del matching gift in Italia
Quando studiavo fundraising negli Stati Uniti, il matching gift era insegnato come un elemento centrale nelle campagne di raccolta fondi. In fin dei conti, là viene spessissimo utilizzato anche in contesti lontani dal nonprofit, come le elezioni politiche. Tutti i contributi che sono stati raccolti sia da Donald Trump che da Kamala Harris sono arrivati quasi sempre con i match Gift. La logica è semplice: se sai che il tuo contributo viene raddoppiato, sei più motivato a farlo. E funziona.
E in Italia? Che cosa aspettiamo?
In Italia il matching gift è quasi sconosciuto. Le aziende lo evitano, forse per paura di “esporsi troppo.” Eppure, è una strategia che non solo raccoglie fondi, ma migliora anche la reputazione dell’azienda e coinvolge dipendenti e clienti.
Serve uno scossone
Il matching gift non è un lusso o SOLO una moda importata dagli Stati Uniti, ma un modello che funziona ovunque e potrebbe rivoluzionare anche il fundraising in Italia. Sta a noi fundraiser smettere di aspettare che le aziende si sveglino da sole. Serve spingerle a capire che investire in pratiche come il matching gift è utile per la comunità, ma soprattutto per loro stesse. Chi non lo fa, resta indietro.