Il fundraising: il fine giustifica i mezzi? Direi proprio di no, ma nel mailing sembra che sia così!

Riprendo dal bellissimo “Ispirazioni”, un racconto per capitoli, quasi intimo e davvero profondo, una sorta di Blog di Paolo Celli-Centrale Etica uno degli ultimi post che Paolo ha pubblicato (sono tutti molto belli, andateli a vedere!). E’ a proposito del mailing e dell’uso distorto che, in alcuni casi, se ne fa. Fa riflettere, spero tutti noi! Io sono un amante del mailing, mi piace proprio come strumento e come tecnica, e mi sembra anche un modo “etico” di chiedere soldi (una telefonata lo è molto di meno, con una lettera non si disturba, si chiede, con una telefonata i interrompe un’azione), ma occorre forse un passo in più! Buona lettura.

Bisogna vendere….e quindi la tecnica prende il sopravvento, le persone diventano numeri, le storie diventano tutte uguali, il dolore diventa banale.

Ma di cosa si tratta, di cinema?

Oppure di bieche multinazionali che cercano di trarre vantaggio dall’ingenuità del cliente?

No, niente di tutto questo…si tratta del direct mailing utilizzato per raccogliere fondi.

Non di tutto il DM, chiaro, ma di una parte significativa di esso.

Fate un esperimento: prendete una serie di lettere che abbiate ricevuto da una qualche organizzazione, e mettetele in fila sul vostro tavolo. Se riuscite a leggerle tutte di seguito senza provare noia, senza chiedervi “ma cosa mi stanno raccontando?”, allora è probabile che siate di fronte alle proposte di una organizzazione seria, gestite da professionisti seri.

Se invece già alla seconda lettera non potrete fare a meno di percepire un fastidioso “effetto fotocopia”, beh allora siete di fronte al tipico prodotto “furbo”, costruito su misura per portare a casa un risultato economico senza badare più di tanto alla Buona Causa, che a questo punto viene ridotta a poco più di una scusa per potere chiedere soldi a qualcuno.

Provate a fare lo stesso esperimento anche confrontando i mailing di organizzazioni diverse e valutate i risultati del confronto…..

Quelle che possono essere regole di comunicazione del tutto condivisibili per migliorare l’efficacia del messaggio vengono applicate in modo talmente ripetitivo in ogni contesto che alla fine il catastrofismo a tutti i costi porta alla risata più che alla commozione.

Ogni secondo muore un bambino, crolla un monumento, secca un albero, viene uccisa una balena, c’è una operazione chirurgica da fare, un orso da salvare…..

Basta banalizzare il dolore!

PC – C.E.

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valerio melandri

Autore, consulente, speaker e formatore sul fundraising.
Questo significa che scrivo, consiglio e parlo di fundraising dalla mattina alla sera, aiutando le organizzazioni nonprofit a raccogliere più fondi. Vivo in Italia ma insegno, faccio consulenza, o parlo a convegni anche all’estero.

7 Comments

  1. Il dolore non può mai essere considerato banale…meglio messaggi noiosi e poco “distinguibili” piuttosto che una forzata e giocosa creatività fuori luogo…meglio a volte essere ripetitivi piuttosto che ridicoli.
    Non sempre è facile sviluppare una creatività valida con scarse risorse economiche e di tempo…ricordiamoci anche che il fine ultimo è quello di aiutare a risolvere il problema!!

  2. davvero interessante questo commento! davvero interessant da parte di Guya, che per chi non la conoscesse è una grande esperta di fundraising, per una delle organizzazioni che io stimo davvero tanto (OSF).
    Semplice, seria, e allo stesso va sul punto: produrre mega mailing super creativi, in realtà alza i costi e non è detto che funzioni di più, perchè farlo?

  3. Il dolore non dovrebbe mai essere considerato banale, ma viene facilmente banalizzato da chi con poche righe riesce a indurre sensi di colpa che poi invita a zittire attraverso una donazione.

  4. Credo sia una questione di approccio e di metodo. La sofferenza…della flora, della fauna, dei monumenti e degli uomini è un argomento molto molto delicato. credo che il termine banale non sia giusto piuttosto vedo nelle lettere una spettacolarizzazione che non mi piace (e non solo nelle lettere purtroppo). Il buon fundraiser è per me quello che entra in punta di piedi…e non fa della sofferenza uno strumento pubblicitario.

  5. Personalmente, di solito decido di NON donare alle organizzazioni che mi mandano mailing con sulla busta la foto di un bambino denutrito che mi guarda negli occhi, e mi dice ” migliaia di bambini stanno morendo in africa, fai qualcosa!”
    e non lo faccio per due motivi:
    1) non mi piace quando mi fanno sentire in colpa. se faccio una donazione e perche voglio essere contento di averla fatta, non per provare una effirema sensazione di essermi scaricato una colpa che non ho (non direttamente, per lo meno).
    2) mettere i bambini sulla busta e troppo banale: non nel senso che non e “creativo”, ma nel senso che non e “vero”. lo so che in africa muoiono ogni giorno bambini: cosa stai cercadno di dirmi di piu?

    Credo pero che chi lavora nel non profit (in particolare i fundraisers… ma non solo) debbano fare acnora un grosso sforzo per educare i donatori.
    Se molte organizzazioni usano questi tipi di mailing… evidentemente e perche funzionano!
    un saluto a tutti!

  6. Facendo attività di ricerca sul sito mailing.fundraising.it, che ho creato insieme a Valerio Melandri, posso dire che nella maggior parte dei mailing i bambini sono l’immagine preferita. Dunque concordo con quanto dice Alberto ma probabilmente l’immagine del bambino invita realmente a donare

  7. ancora tratto dal BLOG di PAOLO CELLI, ancora un bell’approfndimento:

    Trentacinque: non ci posso credere
    pubblicato il 5 settembre 2009 nella categoria Pensiero

    Ancora sul direct mailing, e sulle strane idee che alcuni professionisti stimati sostengono a proposito del suo utilizzo nella raccolta fondi.

    Brani di una conversazione seria (o presunta tale), a tavola, presso una importante organizzazione nonprofit del nord Italia, qualche settimana fa; protagonista: un dirigente di una grande società che vende liste per il mailing.

    “Sapete quando il direct mailing non funziona? Quando l’organizzazione nonprofit non riesce a mettere da parte la sua Buona Causa!”

    Increduli, gli chiediamo di spiegare….

    “Certo, se non si mette da parte la Buona Causa l’organizzazione si pone su un piano di emotività, non segue le regole…..nel mailing bisogna essere precisi, metodici, così si portano a casa i risultati….”.

    Sì ma l’organizzazione deve raccontare la sua storia, qualcuno obietta.

    “L’importante è che quello che si racconta non distragga troppo chi legge; sappiamo ciò che chi legge vuole sentirsi dire, quindi diciamoglielo, no?”.

    Bravo, bene.

    Questo sì che è un discorso che dimostra quanto le logiche del nonprofit e della raccolta fondi siano chiare ad alcune persone che ruotano attorno allo strumento del direct mailing.

    Questo sì che è un discorso che va nella direzione della trasparenza e della capacità di mantenere una promessa.

    Il direct mailing è uno strumento potente ma va usato in modo responsabile. Forse sarebbe meglio se solo le organizzazioni nonprofit strutturate lo utilizzassero, tenendone in mano tutta la gestione senza affidare la propria immagine e credibilità a consulenti esterni che fino a ieri vendevano libri (o forse ciabatte) e oggi trattano con la stessa grazia argomenti un po’ più delicati e seri.

    PC – C.E.

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